«Ho la pagina Facebook, la scheda Google e il numero di WhatsApp sempre acceso. Il sito a cosa mi serve, davvero?» Questa frase me la sento dire quasi ogni settimana, spesso da attività che lavorano bene e che un sito ce l’hanno già, fermo da quattro anni, con dentro tre foto e un modulo contatti che nessuno compila.
È una domanda legittima e la risposta onesta non è «serve sempre». Un sito web serve quando c’è un lavoro preciso da fargli fare. Se quel lavoro non c’è, il sito diventa una spesa che non produce niente, e a quel punto ha ragione chi dice che basta la pagina social. Ti spiego come lo imposto io: prima il lavoro, poi il preventivo.
A cosa serve un sito web, in concreto
Nella pratica un sito fa quattro cose, e conviene sceglierne una principale invece di prometterle tutte.
Ti fa trovare da chi non ti conosce. La pagina social ti fa vedere da chi ti segue già; la ricerca su Google ti mette davanti a chi sta cercando in quel momento un barbiere in zona, un corso di danza per la figlia, una carpenteria che saldi un pezzo. Sono due pubblici diversi e il secondo, di solito, è quello che compra.
Ti toglie lavoro manuale. Orari, listino, disponibilità, moduli, prenotazioni, preventivi: ogni informazione che un cliente trova da solo è una telefonata in meno. È la parte che nei preventivi si nota di più, perché si misura in ore.
Ti fa da magazzino delle risposte. Un sito che spiega davvero come lavori è il posto da cui attingono sia le persone sia i sistemi automatici che oggi riassumono le risposte — l’AI Overview di Google, gli assistenti. Se l’informazione sta solo dentro un post di Instagram, per quei sistemi non esiste.
È tuo. Un profilo social è un canale in affitto: cambiano le regole, cambia la portata, un blocco dell’account e il lavoro di anni resta lì dentro. Il sito, il dominio e la lista contatti restano tuoi anche quando cambia la piattaforma di moda.
L’ordine giusto degli interventi
Quasi tutti partono dalla grafica. È il punto da cui partirei per ultimo.
1. Il lavoro che deve fare. Scritto in una riga: «far prenotare un taglio senza telefonare», «ricevere richieste di preventivo B2B con il disegno allegato», «vendere i corsi anche fuori provincia». Se questa riga non esiste, il resto è arredamento.
2. Le pagine che servono a quel lavoro. Di solito sono poche: cosa fai, per chi, come si compra o si prenota, dove sei, perché fidarsi. Le pagine in più si aggiungono dopo, quando ci sono i contenuti veri da metterci dentro.
3. La parte tecnica. Dominio e hosting intestati a te, velocità, versione mobile, accessibilità, cookie a norma. È noiosa e non si vede, ma è quella che decide se il resto funziona.
4. La misurazione. Analytics e Search Console vanno messi prima di pubblicare, non sei mesi dopo, altrimenti non avrai il confronto tra il prima e il dopo. Senza quel confronto, ogni discussione sul sito diventa una questione di gusti.
5. La grafica. Arriva qui, e a questo punto è una decisione veloce, perché sai già cosa deve contenere ogni pagina.
6. La promozione. SEO locale, scheda Google, campagne, email. Prima di questo passaggio non ha senso portare traffico su un sito che non sa cosa farsene.
Cosa non funziona (e perché)
Il sito «chi siamo, servizi, contatti» senza una funzione. Tre pagine scritte al plurale maiestatico, nessuna azione possibile. Non funziona perché non chiede niente al visitatore e non toglie niente a te: resta un biglietto da visita che nessuno cerca.
Copiare il sito del concorrente più grosso. Quel sito è il risultato di un budget pubblicitario e di un catalogo che tu non hai. Copiato senza quelle due cose dietro, resta una struttura vuota da riempire.
Il template comprato a 39 euro riempito con il testo del vecchio dépliant. Il problema non è il template: è che il contenuto è lo stesso di prima, quindi il risultato è lo stesso di prima.
Rifare il sito ogni due anni perché «non funziona». Se non era misurato, non sai cosa non funzionava: rifacendolo perdi anche lo storico. Nove volte su dieci un audit e tre interventi mirati costano meno e dicono di più di un rifacimento.
Mettere tutto sui social e basta. Funziona finché funziona. Il giorno in cui la portata si dimezza o l’account viene bloccato, non hai un posto tuo dove far atterrare le persone.
Quanto costa, e perché la forbice è larga
Nel mio catalogo i siti verticali per attività partono da 790 euro, come il sito per barbiere o il sito per ludoteca: presenza locale, contenuti, contatti, misurazione. Si sale a 890 euro quando c’è di mezzo un calendario di corsi, come per la scuola di danza, e a 990 euro quando entrano richieste strutturate e più servizi, come per l’agenzia viaggi o il sito per azienda di trasporti.
Sopra ci sono i casi in cui il sito fa un lavoro operativo: 1.290 euro per lo studio dentistico, 1.500 per il sito di un’azienda manifatturiera, 1.900 per la farmacia con catalogo e ritiro, 2.400 per un portale immobiliare con ricerca avanzata. La differenza non è la grafica: sono le funzioni e i dati che il sito deve gestire. Tutti gli altri settori stanno nell’archivio Settori & Verticali, prezzi in chiaro, IVA esclusa.
Poi ci sono i pezzi singoli, utili quando il sito c’è già: la prenotazione visite online con promemoria automatici costa 590 euro, l’audit SEO tecnico 190, la manutenzione mensile 90 euro al mese.
Come capisci se il tuo sito sta servendo a qualcosa
Tre numeri, guardati una volta al mese. Quante persone arrivano dalla ricerca e non dai social o dal passaparola. Quante compiono l’azione che avevi scritto nella riga del punto 1 — prenotazione, richiesta, ordine. Quanto tempo hai smesso di passare al telefono a ripetere le stesse cose.
Se il primo numero è fermo a zero, il problema è di visibilità e si lavora su contenuti e ricerca locale. Se arriva gente ma nessuno compie l’azione, il problema è la pagina. Se non riesci a rispondere a nessuna delle tre domande, il problema è che non c’è misurazione, e si parte da lì.
Se vuoi capire quale dei tre casi è il tuo prima di spendere, una call strategica costa 97 euro e serve esattamente a questo. Gli altri approfondimenti della serie stanno nella guida ai servizi.
Domande frequenti
A cosa serve un sito web se ho già la pagina Facebook e la scheda Google?
Servono a pubblici diversi. I social raggiungono chi ti segue già, la scheda Google intercetta chi cerca la tua zona, il sito è l’unico posto dove puoi spiegare per esteso come lavori, far compiere un’azione e tenere i dati. Le tre cose funzionano insieme: il sito è quello che resta tuo se una delle altre due cambia le regole.
Quanto tempo ci vuole prima che un sito porti richieste?
Dipende da come arriva il traffico. Con le campagne le richieste si vedono da subito, ma si fermano quando smetti di pagare. Con la ricerca organica i primi movimenti si leggono di solito dopo qualche mese e crescono se il sito viene aggiornato. Chiunque ti dia una data precisa sta indovinando.
Meglio rifare il sito o sistemare quello che ho?
Prima si misura. Se l’impianto tecnico regge e il problema sono contenuti e struttura delle pagine, sistemare costa meno e conserva lo storico. Si rifà quando la base è vecchia al punto da non essere aggiornabile, quando non è usabile da mobile o quando l’attività è cambiata davvero.
A cosa serve un sito internet per un’attività solo locale?
A farsi trovare nel momento della ricerca e a togliere telefonate. Anche per un’attività di quartiere la maggior parte delle persone controlla orari, prezzi e recensioni prima di muoversi: se quelle informazioni non ci sono, sceglie chi le ha messe.
