«Vorrei vedere dove cliccano le persone sul mio sito.» Me la dicono almeno una volta al mese, e quasi sempre arriva dopo una brutta notizia: il sito ha visite ma non arrivano richieste, e il sospetto è che da qualche parte ci sia un pulsante che nessuno vede. La heatmap sembra la risposta più diretta: un’immagine colorata che dice dove guarda la gente. In parte lo è. Il problema è che quasi nessuno la guarda nel momento giusto, e letta nel momento sbagliato porta a decisioni peggiori del non averla affatto.
Cos’è una heatmap, in concreto
Una heatmap è una mappa di calore sovrapposta a una pagina del tuo sito: raccoglie il comportamento di molte visite e lo riassume in colori, dal blu (poca attività) al rosso (molta). Non è la fotografia di un singolo utente, è una media — ed è questo il dettaglio che decide se ti sarà utile o se ti confonderà.
Ne esistono tre tipi, e si leggono in modo diverso:
- Click map — dove si clicca, e dove si tocca su mobile. Serve soprattutto a scoprire che la gente clicca su cose non cliccabili: un’icona decorativa, il titolo di una sezione, la foto di un prodotto senza link.
- Scroll map — fin dove si scende nella pagina, cioè a che altezza si perde metà del pubblico. È l’informazione più utile delle tre e quella che quasi tutti ignorano.
- Move map — dove passa il mouse. La più suggestiva e la meno affidabile: su desktop il mouse segue l’occhio solo in parte, su mobile non esiste.
Accanto alle heatmap ci sono le registrazioni delle sessioni: il filmato anonimo di una singola visita, con scroll, esitazioni e clic a vuoto. Si usano insieme ma rispondono a domande diverse. La heatmap dice dove succede qualcosa su cento persone; la registrazione fa capire perché è successo a una. Se guardi solo registrazioni ti costruisci un romanzo su tre visite; se guardi solo heatmap vedi il punto caldo ma non cosa stesse cercando di fare chi l’ha generato.
L’ordine giusto degli interventi
La heatmap non è il primo strumento che installi: è il terzo.
Primo, la misurazione di base deve essere pulita. Se non sai quante visite hai, da dove arrivano e quali pagine vedono, la heatmap non ha niente a cui appoggiarsi. Vuol dire Google Analytics 4 configurato per davvero e non solo incollato nell’header (configurazione GA4, 190 €), un contenitore di tag che non spari eventi doppi (Google Tag Manager, 190 €) e Search Console collegata (120 €) per sapere con quali ricerche ti trovano — a cosa serve l’ho spiegato qui. Se sospetti che i numeri attuali siano sbagliati, l’audit del tracciamento costa 149 € ed è il controllo che faccio sempre per primo. Su un e-commerce vanno tracciati carrello, checkout e acquisto: il tracciamento e-commerce in GA4 è 390 €.
Secondo, scopri in quale punto si perdono i soldi. Prima di aprire una mappa colorata devi sapere su quale pagina aprirla, e quello è un lavoro di funnel: quante persone entrano nella scheda, quante aggiungono al carrello, quante arrivano al pagamento, quante escono e dove. L’analisi del funnel di conversione costa 490 € e il suo risultato non è un grafico: è un indirizzo. «Si perde il 70% fra carrello e dati di spedizione.»
Terzo, la heatmap su quella pagina. Non su tutto il sito, non sulla home «per vedere»: sull’unica pagina dove il funnel dice che c’è il buco. Heatmap e registrazioni delle sessioni costa 290 €: impianto, segmentazione fra desktop e mobile e lettura, perché lo strumento da solo produce immagini, non conclusioni.
Quarto, cambi una cosa sola e aspetti. Se cambi quattro elementi insieme e la pagina migliora, hai imparato zero: non sai quale dei quattro ha funzionato, e al problema successivo riparti da capo.
Quante visite servono prima di guardarla
È la domanda che nessuno fa e che taglia metà dei progetti. Sotto il paio di centinaia di visite sulla singola pagina quello che vedi non è il comportamento del tuo pubblico: è il rumore di una ventina di persone, e in mezzo ci sei probabilmente anche tu che ricarichi per controllare. Su un sito da trenta visite al mese la heatmap non va installata: va risolto prima il traffico, che di solito parte da un audit SEO tecnico (190 €).
Cosa non funziona, e perché
Guardare la heatmap aggregata fra desktop e mobile. Sono due layout diversi: mediarli produce una macchia rossa a metà schermo che non corrisponde a nulla. Vanno sempre separati, ed è il primo errore che trovo negli account già attivi.
Spostare la call to action in alto perché la scroll map dice che pochi arrivano in basso. È un’inversione fra causa ed effetto: la gente non scende perché la parte alta non le ha dato un motivo per scendere. Se sposti il pulsante senza cambiare quel motivo, ottieni un pulsante visto da più persone e cliccato dalle stesse di prima.
Usare le registrazioni come intrattenimento. Sono ipnotiche: si passa un’ora a guardare visite e si esce con un aneddoto. Si guardano a campione e con una domanda scritta prima, tipo «cosa fanno le dieci persone che hanno abbandonato il carrello».
Pensare che sostituisca l’analisi. La heatmap non dice se il canale che porta quelle visite è redditizio. Quella è un’altra domanda, e si risponde con customer journey e attribuzione (890 €), che ricostruisce quali canali generano vendite e non solo clic. È la stessa ragione per cui un sito può avere una heatmap perfetta e un tasso di conversione fermo.
Installarla e non guardarla mai più. Succede quasi sempre. Per questo tengo separato il lavoro di lettura periodica: un report automatico mensile (190 €) che arriva senza che tu lo debba chiedere, o una dashboard KPI (590 €) per chi vuole una vista sola. Quando lo storico basta e il problema diventa pianificare scorte e budget, si passa alle previsioni di vendita (890 €). Le schede dell’area stanno in Analytics Avanzata.
Dove mi è servita davvero
I casi in cui mi ha fatto risparmiare settimane sono sempre dello stesso tipo: un elemento che sembrava cliccabile e non lo era. Le frecce della galleria prodotto troppo piccole su mobile, con tutti i tocchi sul bordo dell’immagine. Un riquadro «Spedizione gratuita sopra i 49 €» cliccatissimo, perché la gente voleva le condizioni e lì non c’era nessun link. Un accordion delle FAQ che su Safari non si apriva, visibile solo come una fila di clic ripetuti sullo stesso punto. Nessuna di queste cose si vede in Analytics, e nessuna si immagina stando seduti a parlarne. Il resto del tempo la heatmap conferma quello che il funnel aveva già detto: serve anche a quello, ma è una conferma, non il punto di partenza.
Da dove partirei io
Se oggi ti stai chiedendo dove clicca la gente, l’ordine è questo: prima controllo che i numeri siano veri, poi guardo dove si perde il denaro, e solo allora metto una heatmap su quella pagina. Per capire quale dei tre pezzi ti manca c’è la call strategica da 97 €. Gli altri servizi e come si incastrano li ho messi in ordine nella guida ai servizi. Tutti i prezzi sono IVA esclusa e sono quelli pubblici del catalogo.
Domande che mi fanno spesso
Cosa sono le mappe di calore?
Sono la stessa cosa delle heatmap: è il nome italiano. Si tratta di una rappresentazione a colori del comportamento aggregato di molte visite su una pagina, dove il rosso indica più attività e il blu meno. Esistono in tre varianti: mappe dei clic, di scorrimento e dei movimenti del mouse.
Quante visite servono prima di guardare una heatmap?
Ragiono su almeno un paio di centinaia di visite sulla singola pagina e sul singolo dispositivo. Con numeri più bassi la mappa mostra il comportamento di poche persone, non una tendenza: si finisce per decidere su un campione che non rappresenta nessuno. Con poco traffico conviene lavorare prima sul traffico.
Che differenza c’è fra heatmap e registrazioni delle sessioni?
La heatmap aggrega molte visite e risponde alla domanda «dove succede»; la registrazione mostra una visita singola e aiuta a capire «perché è successo». Si usano in sequenza: la mappa individua il punto sospetto, le registrazioni di quel punto spiegano il comportamento.
Heatmap o Google Analytics: cosa guardo prima?
Analytics, sempre. Dice quante persone arrivano, da dove e su quali pagine escono: serve a scegliere la pagina da studiare. La heatmap dice cosa succede dentro quella pagina. Aprirla senza sapere quale pagina guardare significa guardare a caso.
