Google telefona alla tua azienda, registra quello che gli dice chi risponde e può usare quelle frasi per aggiornare la tua scheda. Succede da anni. La novità è che dal 14 settembre 2026 puoi finalmente vedere cosa ha raccolto: nel pannello del Profilo dell’attività è comparsa la scheda “Informazioni raccolte”, con la fonte del dato, la data in cui è stato preso e un pulsante per cancellarlo. Se non l’hai mai controllata, è probabile che nella tua scheda ci siano dettagli che non hai mai scritto tu. Il controllo costa dieci minuti e zero euro.
In questo articolo
- Cosa è successo il 14 settembre
- Come funziona: Google chiama, qualcuno risponde, la scheda cambia
- Perché conta molto più di quanto sembri
- Tre scenari concreti, presi da aziende vere
- Cosa fare adesso: il controllo in dieci minuti
- Il lato SEO e GEO: cosa cambia nella strategia
- Domande frequenti
- Cosa significa per le aziende italiane
Cosa è successo il 14 settembre
Google ha annunciato che la funzione “Informazioni raccolte” (in inglese Collected info) è ufficialmente attiva. Era in test da qualche mese, ora è live. La trovi dentro il tuo Profilo dell’attività, nel percorso Modifica profilo → Informazioni raccolte.
Il testo che compare nel pannello è questo: le informazioni sono state raccolte in conversazioni telefoniche o in chat con la tua attività, e vengono usate per abbinare la tua attività ai clienti che cercano servizi come i tuoi.
Leggi bene quella seconda parte. Non dice “per mostrare i tuoi orari”. Dice per abbinare la tua attività ai clienti. È un criterio di selezione, non una vetrina.
Dentro il pannello vedi tre cose per ogni informazione: il dato, la fonte da cui arriva e la data in cui è stato raccolto. E hai un pulsante Elimina.
La documentazione ufficiale di Google aggiunge due precisazioni che vale la pena riportare per intero, perché cambiano il senso della cosa. La prima: la funzione è disponibile solo per alcune regioni, lingue e categorie di attività, e potrebbe non essere attiva per tutti. La seconda, più scomoda: eliminare un’informazione raccolta la rimuove dai record di Google, ma non modifica i dettagli già presenti sul profilo. Quindi sono due pulizie separate. Cancelli la fonte, ma se quel dato è già finito nella scheda devi correggerlo a mano lì.
Cosa aspettarsi quando la apri, in tutta onestà. Su molte schede la voce non comparirà proprio: è coerente con il “solo alcune regioni, lingue e categorie” della documentazione. Su parecchie altre ci sarà, e sarà vuota. Su una minoranza ci sarà qualcosa — tipicamente orari o un attributo. Nessuna catastrofe, quindi. Ma il punto non è la quantità: è che fino a lunedì quel pezzo di scheda esisteva e non avevi modo di guardarlo.
Come funziona: Google chiama, qualcuno risponde, la scheda cambia
Questa parte non è nuova, è solo poco conosciuta. La documentazione ufficiale italiana la descrive senza giri di parole.
Chiamate, SMS e WhatsApp al numero verificato
Google può contattare il numero di telefono che hai messo sul Profilo dell’attività con una chiamata automatica, un SMS o un messaggio WhatsApp, per verificare dettagli come gli orari di apertura o la disponibilità di determinati servizi.
Le informazioni che fornisci in risposta — comprese eventuali foto e post — possono essere aggiunte al profilo per tuo conto. Gli aggiornamenti che ne derivano vengono esaminati e contrassegnati come “In attesa”, e la revisione può richiedere fino a cinque giorni lavorativi.
Tradotto per un imprenditore: tra la telefonata a cui ha risposto la ragazza al banco e il momento in cui il dato compare pubblicamente possono passare cinque giorni. Nel frattempo tu non sai niente.
Le chiamate fatte per conto dei clienti
C’è un secondo tipo di chiamata, e questo è quello che quasi nessuno in Italia ha capito. Quando un cliente usa la Ricerca o Maps per chiederti qualcosa, Google può telefonare alla tua attività per conto suo e portare a termine l’operazione. Le chiamate vengono monitorate e registrate.
Le richieste previste dalla documentazione sono tre:
- Prenotazione di appuntamenti. Il cliente dà orario preferito, tipo di servizio e numero di persone. Google chiama te e prenota.
- Tempi di attesa di un ristorante. Il cliente chiede quanto si aspetta da te. Google chiama e lo chiede.
- Conferma di prezzo e disponibilità di prodotti e servizi. Il cliente chiede a Google se hai quel prodotto e quanto costa. Google ti chiama per confermare. Se condividi l’informazione, il cliente riceve un’email o un SMS con i dettagli del prodotto o il preventivo del tuo servizio.
Fermiamoci sull’ultima. Significa che il tuo preventivo può arrivare al cliente senza che tu abbia mai visto quel cliente. Lo detta al telefono chi ha risposto, Google lo impacchetta e lo spedisce.
E c’è la riga che a me interessa di più, perché è la più operativa di tutte: se hai già condiviso i dettagli dei prodotti in negozio tramite Google Merchant Center, Google usa quei dati e non chiama. Cioè: o glieli dai tu in ordine, o se li va a prendere per telefono da chiunque risponda. Questa è la scelta, ed è tutta qui.
I post pubblicati da Google per tuo conto
Terzo pezzo. Per le attività con profilo verificato, Google può pubblicare un aggiornamento — un post — sul tuo profilo per tuo conto, basandosi sulle informazioni raccolte in quelle conversazioni. Ricevi una notifica via email e puoi esaminarlo o rimuoverlo. Si può disattivare in qualsiasi momento.
Disponibilità: la documentazione dice che le chiamate automatiche per prenotare, verificare i tempi di attesa o confermare prezzi e disponibilità sono attive solo in alcune regioni e lingue. Negli Stati Uniti sono attive in tutti gli stati tranne Indiana, Louisiana, Minnesota, Montana e Nebraska. Per l’Italia Google non pubblica un elenco: la funzione di verifica delle informazioni circola da tempo anche qui, quella delle prenotazioni per conto dei clienti molto meno. Quindi niente panico e niente allarmismo — ma la scheda “Informazioni raccolte” in italiano è documentata, e questo è già un segnale.
Perché conta molto più di quanto sembri
Uno potrebbe leggere fin qui e pensare: va bene, un pannellino nuovo per correggere gli orari. Non è quello il punto.
Il punto è che la scheda Google non è più una vetrina: è una fonte. È il materiale che le AI leggono per decidere se nominarti. L’ho già scritto quando i dati di Profound hanno mostrato che Google è diventato la seconda fonte più citata dentro le sue stesse risposte AI, e che gran parte di quelle citazioni arriva da due schede di casa Google: il profilo dell’attività e il pannello prodotto. Quando un cliente fa una domanda locale o di prodotto, l’AI spesso non apre il tuo sito. Apre la tua scheda.
Adesso metti insieme i due pezzi.
La scheda è la fonte principale che l’AI usa per parlare di te. E una parte di quella scheda viene scritta da una telefonata automatica a cui ha risposto chi era in negozio quel pomeriggio.
Non è un problema di privacy. È un problema di catena di custodia del dato. Hai un’informazione commerciale sensibile — un prezzo, un tempo di consegna, un servizio che offri o non offri — che entra nel sistema attraverso il canale meno controllato che esista in azienda: il telefono, risposto da chiunque, senza registrazione interna, senza revisione.
Poi quel dato viene ripetuto da Gemini a un cliente che ti sta valutando. E il cliente non ha modo di sapere che gliel’ha detto lo stagista a marzo.
La stessa dinamica l’avevo descritta guardando quanto poco le AI riescono a verificare l’identità di un’azienda: il problema non è quasi mai che l’AI ti scarti, è che non riesce a ricostruirti. Qui è il rovescio della medaglia. L’AI ti ricostruisce benissimo — solo che usa un pezzo di informazione che tu non hai mai approvato.
Aggiungo il trade-off onesto, perché non voglio venderti un allarme. Questo meccanismo per molte attività funziona bene. Se hai un negozio, sei pieno di lavoro e non aggiorni mai la scheda, il fatto che Google si prenda la briga di chiamarti per sapere se sei aperto a Ferragosto è un servizio. Il rischio non è che Google chiami. Il rischio è che chiami e tu non sappia mai cosa gli è stato risposto. Fino a lunedì non potevi saperlo. Adesso sì.
Tre scenari concreti, presi da aziende vere
Le novità di Google sono sempre astratte finché non le appoggi su un’azienda. Faccio tre esempi con tipologie che in Italia sono ovunque. Non sono casi studio con numeri: sono situazioni operative, e le riconoscerai.
L’artigiano con area di servizio
Idraulico, elettricista, installatore di infissi. Nessun negozio, un numero di cellulare sulla scheda, lavora con il telefono in tasca mentre è su un ponteggio. Arriva una chiamata automatica che chiede se offre un certo servizio. Lui risponde di corsa “sì sì” senza ascoltare bene la domanda, perché pensa sia un cliente.
Risultato: un servizio che non fa davvero finisce tra i suoi attributi. Poi qualcuno chiede a Gemini “chi mi fa questa cosa in zona”, l’AI lo nomina, il cliente chiama, lui dice di no. Il cliente non pensa “Google ha sbagliato”. Pensa “questi non sono seri”. Ha perso un contatto e un pezzo di reputazione per una risposta data mentre teneva un trapano in mano.
Per questo tipo di attività la scheda “Informazioni raccolte” è la più utile in assoluto: è l’unico posto dove può vedere, con data e fonte, cosa ha detto senza pensarci.
Il ristorante
Qui la documentazione di Google è esplicita: tempi di attesa e prenotazioni sono proprio i casi previsti. Il telefono squilla in sala, risponde chi passa, spesso in un momento di pieno servizio. La risposta “venti minuti” data alle 13:10 di un sabato diventa un’informazione che Google può usare.
Il rischio qui non è tanto il dato sbagliato: è il dato dato male. Un tempo di attesa sottostimato per non perdere il cliente produce una persona che arriva, aspetta quaranta minuti e poi scrive la recensione. E le recensioni, come ho raccontato quando OpenAI ha comprato i dati delle recensioni di Yelp, non servono più solo a convincere chi ti trova: sono diventate il criterio con cui l’AI decide se nominarti.
Il piccolo e-commerce con anche il negozio
Questo è il caso in cui la riga più importante della documentazione vale oro. Se i prodotti in negozio sono già condivisi tramite Merchant Center, Google usa quei dati e non chiama. Se non lo sono, può telefonare per confermare prezzo e disponibilità di un prodotto a un cliente che l’ha chiesto.
Tradotto: il feed non è più solo uno strumento di Shopping. È il modo in cui decidi se il prezzo che l’AI comunica ai tuoi clienti lo scrivi tu una volta, in modo strutturato, o lo detta al telefono chi sta al banco, ogni volta, a memoria. È la stessa logica che avevo descritto parlando di dove gli agenti AI si bloccano sulle pagine prezzi: quando il dato non è leggibile da una macchina, la macchina se lo procura altrove — e quel “altrove” può essere un comparatore, o può essere una telefonata.
Cosa fare adesso: il controllo in dieci minuti
Niente di complicato, niente consulente. Sei mosse.
1. Apri la scheda “Informazioni raccolte”
Accedi con l’account Google collegato al profilo. Cerca il nome della tua attività su Google da loggato, oppure vai sul profilo dall’app. Poi Modifica profilo → Informazioni raccolte. Se la voce non c’è, la funzione non è ancora attiva per la tua categoria o zona: ricontrolla tra qualche settimana.
Dentro, guarda tre cose per ogni riga: il dato, la fonte e la data. La data è la più utile: ti dice a che periodo risale, quindi chi c’era in azienda in quel momento.
2. Cancella quello che è sbagliato o vecchio — e poi correggilo anche nella scheda
Il pulsante Elimina toglie il dato dai record di Google. Ripeto la precisazione ufficiale perché è l’errore che farà il 90% delle persone: cancellare l’informazione raccolta non modifica i dettagli già presenti sul profilo. Sono due operazioni. Prima elimini la fonte, poi vai su orari, attributi, servizi o prodotti e correggi a mano quello che è finito online.
3. Decidi chi risponde al telefono, e diglielo
Questa è la mossa che vale di più e non costa niente. Se in azienda ci sono tre persone che possono rispondere, devono sapere che una chiamata automatica di Google che chiede orari, prezzi o disponibilità non è un sondaggio: è una modifica alla scheda pubblica. La regola che do ai miei clienti è una riga: se non sei sicuro del dato, non inventarlo, di’ che richiami. Google non ti penalizza per non aver risposto. Ti penalizza il cliente che arriva e trova un’altra cosa.
4. Metti i dati in ordine tu, così Google non deve chiederli
Qui c’è la leva vera. La documentazione lo dice esplicitamente: se i prodotti in negozio sono già condivisi via Merchant Center, Google non chiama. Vale come principio generale, non solo per il feed: ogni informazione che pubblichi tu in modo chiaro è un’informazione che nessuno dovrà indovinare al telefono. Orari (comprese le chiusure straordinarie), servizi, attributi, prodotti, prezzi. Se vendi online, il feed pulito. Se non vendi online, almeno i servizi e la descrizione scritti bene.
5. Controlla le impostazioni avanzate
Nelle impostazioni avanzate del Profilo dell’attività puoi disattivare le chiamate e i messaggi automatici, e disattivare i post pubblicati da Google per tuo conto. Il mio consiglio, però, non è “disattiva tutto”. Per un’attività locale disattivare le chiamate significa uscire da alcune di quelle risposte automatiche, e il posto non resta vuoto: lo prende un concorrente. È lo stesso ragionamento che ho fatto su l’interruttore per escludersi dalle AI Overview. Disattiva solo se hai un motivo preciso — per esempio un numero unico che squilla in produzione — e in quel caso valuta prima di cambiare il numero sulla scheda con uno presidiato.
6. Rimetti il controllo in calendario
Un promemoria mensile, dieci minuti. Apri Informazioni raccolte, apri gli orari, apri le recensioni nuove. È l’igiene minima di una scheda che oggi è, di fatto, la tua homepage per le AI.
Il lato SEO e GEO: cosa cambia nella strategia
Faccio il passaggio che di solito manca negli articoli su questo tema, perché è quello che sposta i soldi.
La coerenza dei dati è diventata un fattore di visibilità, non di forma. Un modello linguistico non conta voti come faceva Google con i link: cerca conferme convergenti. Se il tuo orario sul sito dice una cosa, la scheda ne dice un’altra perché è stata aggiornata al telefono, e il tuo profilo su una directory di settore ne dice una terza, il sistema non sceglie il dato “giusto”: abbassa la fiducia su tutti e tre. E nel dubbio non ti nomina. Questa è la stessa logica che ho descritto parlando di come le AI decidono in quale categoria incasellarti: vince la chiarezza, non la dimensione.
Il dato pubblicato batte il dato indovinato. È il principio che ho ripetuto tutta l’estate e che qui Google mette nero su bianco in una riga di help: se i dati ci sono in forma leggibile, il sistema li usa; se non ci sono, se li procura come può. Vale per il feed Merchant Center, vale per i prezzi in HTML leggibile, vale per gli orari. Non è ottimizzazione: è ordine.
Il monitoraggio va esteso a quello che non hai scritto tu. Fino a ieri, in una scheda Google, i contenuti non tuoi da sorvegliare erano due: le recensioni e le modifiche suggerite dagli utenti. Da oggi sono tre. Aggiungi le informazioni raccolte alla tua routine, come aggiungeresti una voce a una checklist tecnica.
Il triangolo da tenere allineato è fatto di tre punti, non di uno. Sito, scheda Google, feed prodotti. La maggior parte delle PMI italiane ne presidia uno solo — di solito il sito, che è quello su cui hanno speso di più e che guardano di meno. Il modo più veloce per capire se sei allineato è un test da cinque minuti: prendi tre informazioni operative che un cliente chiederebbe davvero (orario del sabato, prezzo di un servizio d’ingresso, tempo di consegna o di intervento) e vai a leggerle in tutti e tre i posti. Se non coincidono parola per parola, hai trovato il lavoro da fare questa settimana. Non serve un audit: serve un foglio e dieci minuti.
Una nota su cosa questa novità non è. Non è un fattore di ranking. Non c’è nessun bonus per aver aperto la scheda “Informazioni raccolte”, e Google non sta annunciando un algoritmo nuovo. Chi ti venderà un servizio di “ottimizzazione delle informazioni raccolte” ti sta vendendo aria. È molto più semplice e molto più noioso di così: è manutenzione. Solo che è manutenzione su un asset che negli ultimi diciotto mesi è passato da complemento a fonte primaria, senza che quasi nessuno se ne accorgesse.
E un’ultima cosa, controintuitiva. Per una PMI questa notizia è un vantaggio competitivo, non un rischio, per un motivo molto banale: quasi nessuno la leggerà. Il concorrente più grosso di te ha una scheda gestita da un’agenzia che gestisce altre duecento schede e che controllerà “Informazioni raccolte” quando gliela segnalerà un cliente arrabbiato. Tu puoi controllarla domani mattina in dieci minuti. Nelle risposte AI locali una PMI ordinata batte un colosso disordinato, e questo è esattamente uno di quei punti dove l’ordine costa tempo e non budget.
Domande frequenti
Dove si trova esattamente la scheda “Informazioni raccolte”?
Nel tuo Profilo dell’attività, alla voce Modifica profilo → Informazioni raccolte. Devi essere collegato con l’account Google proprietario o gestore del profilo. Se la voce non compare, significa che la funzione non è ancora disponibile per la tua regione, lingua o categoria di attività: Google stesso lo scrive nella documentazione.
Se cancello un’informazione raccolta, sparisce anche dalla scheda pubblica?
No, e questo è il passaggio che confonde di più. L’eliminazione rimuove l’informazione dai record di Google, ma non modifica i dettagli già presenti sul profilo. Se un orario sbagliato è già pubblicato, devi correggerlo separatamente nella sezione corrispondente della scheda.
Google può davvero chiamare la mia azienda per conto di un cliente?
Sì, è previsto dalla documentazione ufficiale: per prenotare appuntamenti, verificare i tempi di attesa di un ristorante e confermare prezzo e disponibilità di prodotti e servizi. Le chiamate sono monitorate e registrate a scopo di qualità, e Google dichiara di limitarne la frequenza e di evitare orari scomodi. La disponibilità però è limitata ad alcune regioni e lingue: negli Stati Uniti è attiva ovunque tranne Indiana, Louisiana, Minnesota, Montana e Nebraska.
Conviene disattivare le chiamate automatiche di Google?
Nella maggior parte dei casi no. Disattivarle non ti rende invisibile agli errori: ti toglie solo dalla lista di chi risponde. La risposta al cliente esiste comunque e la dà qualcun altro. Ha senso disattivarle se il numero sulla scheda non è presidiato in modo affidabile — ma in quel caso la vera soluzione è cambiare il numero, non spegnere il canale. Se decidi di disattivarle, lo fai dalle impostazioni avanzate del Profilo dell’attività.
Come faccio a sapere se una chiamata è davvero di Google e non una truffa?
La regola che Google ripete in ogni pagina di supporto è netta: Google non chiede mai dati di pagamento, dati della carta di credito o password dell’account. Se in una chiamata ti viene chiesto denaro per mantenere l’attività su Google, non è Google. In quel caso non rispondere, non cliccare link, non fornire informazioni. È un tema serio in Italia, dove le finte telefonate “dall’assistenza Google” sono una delle truffe più diffuse verso le piccole imprese.
Questo riguarda anche chi non ha un negozio fisico?
Sì, se hai un Profilo dell’attività verificato — comprese le attività con area di servizio, quindi artigiani, consulenti, installatori. Anzi: per chi lavora su area di servizio i dati raccolti al telefono pesano di più, perché la scheda è spesso l’unico punto in cui un’AI trova informazioni operative su di te.
Cosa significa per le aziende italiane
Tre cose concrete, per chi ha un’azienda da 2 a 10 milioni e non ha tempo da perdere.
Primo: hai una fonte pubblica che scrive anche qualcun altro, e da oggi puoi leggerla. Per anni la scheda Google è stata trattata come un dettaglio da sistemare una volta e dimenticare. Oggi è il documento che le AI leggono più spesso quando qualcuno chiede informazioni su un’azienda locale o su un prodotto. Dieci minuti al mese su “Informazioni raccolte”, orari e recensioni valgono più di metà delle attività di marketing che stai pagando adesso. Non lo dico per fare l’anti-agenzia: lo dico perché il costo è zero e l’effetto è immediato.
Secondo: il telefono è diventato un canale di pubblicazione, e nessuno in azienda lo sa. In Italia le PMI hanno una cultura del telefono forte e informale — risponde chi è libero, si dice quello che si sa. Va benissimo con un cliente. Non va bene con un sistema automatico che trasforma quella frase in un dato pubblico e poi in una risposta AI. Non serve una procedura da multinazionale: serve dirlo alle tre persone che rispondono, una volta, e scriverlo su un foglio vicino al telefono.
Terzo: la mossa strategica non è difendersi, è occupare lo spazio prima. Google chiama quando non trova. Se orari, servizi, prezzi e prodotti sono pubblicati in modo chiaro e coerente tra sito, scheda e feed, il sistema prende i tuoi dati e non deve chiedere niente a nessuno. Questa è la stessa frase che ripeto da mesi su ogni novità dell’AI search, e continua a essere vera: costa ordine, non budget. E l’ordine, in un’azienda da dieci persone, si fa in una settimana. In un’azienda da mille, non si fa mai.
Il rischio, alla fine, non è che Google ti telefoni. È che continui a telefonare e tu non sia mai andato a leggere cosa gli hanno risposto.
