Google ti ha appena dato un interruttore per spegnere le AI. Si chiama Search generative AI control: una nuova impostazione dentro Search Console che ti permette di escludere il tuo sito da AI Overview, AI Mode e dalle funzioni AI di Discover. Un clic e sparisci dalle risposte generate.

È attivo dal 17 giugno 2026, per ora su un gruppo ristretto di siti (i primi sono quelli del Regno Unito), e arriverà progressivamente a tutti. Per due anni chi pubblica contenuti ha chiesto a Google una cosa sola: “fatemi scegliere se stare dentro le vostre risposte AI”. Ora la scelta c’è, ufficiale e documentata.

E qui viene la parte interessante. Perché avere un interruttore non significa doverlo premere. Io lavoro ogni giorno per far entrare i miei clienti nelle risposte AI, non per farli uscire: su uno di loro, 40.000 visite al mese arrivano proprio dalle AI Overview. Eppure ci sono casi — pochi, ma reali — in cui escludersi ha senso. In questo articolo ti spiego come funziona il controllo, cosa succede davvero se lo attivi e come decidere con i numeri, non con la pancia.

Sommario

Cos’è il Search generative AI control (e perché arriva ora)

Il Search generative AI control è una nuova impostazione di Google Search Console. La trovi (o la troverai, quando arriva sul tuo sito) sotto Impostazioni > Search generative AI. Serve a una cosa sola: decidere se i contenuti del tuo sito possono essere usati dentro le funzioni di ricerca generativa di Google.

Oggi il controllo copre tre ambienti:

  • AI Overview: le risposte AI in cima ai risultati di ricerca;
  • AI Mode: la modalità conversazionale di Google, quella in stile ChatGPT;
  • le funzioni di AI generativa dentro Google Discover.

Google stessa dice che la lista si allungherà nel tempo, man mano che la Ricerca si trasforma. Il rollout è prudente: la funzione è attiva dal 17 giugno 2026 su un sottoinsieme di proprietà — i siti UK sono i primi a vederla — e verrà estesa dopo una fase di test. Se oggi non la vedi nella tua Search Console, è normale: arriverà.

Perché Google lo fa proprio adesso? Perché la pressione era diventata insostenibile. Editori e aziende accusano da mesi le AI Overview di prendersi i contenuti senza restituire clic, le autorità (dal Regno Unito in giù) hanno acceso i riflettori, e fino a ieri l’unica alternativa era brutale: bloccare tutto con noindex e sparire anche dalla ricerca classica. Un ricatto tecnico, di fatto. Questo interruttore è la risposta di Google: “non vuoi stare nelle risposte AI? Esci solo da lì, il resto della Ricerca non si tocca”.

Sulla carta è una concessione. Nella pratica, come vedremo, è anche una mossa che sposta la responsabilità: da oggi, se i tuoi contenuti alimentano le risposte AI, è perché tu hai scelto di lasciarli lì. Il default, infatti, è “incluso”.

Come funziona: le tre opzioni disponibili

Il controllo prevede tre stati possibili. Li riporto per come li descrive la documentazione ufficiale di Google, con la mia traduzione pratica accanto.

1. Includi (il default)

“Include my site’s links and content in Search generative AI features”. I tuoi contenuti possono comparire nelle risposte AI, sia come link citati sia come materiale di grounding — cioè la base fattuale su cui l’AI costruisce la risposta. In cambio ricevi impressioni e traffico da queste funzioni. È l’impostazione predefinita per tutte le proprietà: se non tocchi niente, sei dentro.

2. Escludi

“Exclude my site’s links and content from Search generative AI features”. I tuoi contenuti spariscono dalle risposte AI: niente link, niente citazioni, niente uso come fonte per generare la risposta. E, di conseguenza, zero impressioni e zero traffico da AI Overview, AI Mode e Discover generativo. L’esclusione diventa effettiva in 1-2 giorni dal cambio, anche se alcuni contenuti possono metterci di più per via delle cache e della propagazione sui sistemi di Google.

3. Eredita dalla proprietà padre

“Inherit control from parent”. La tua proprietà segue l’impostazione della proprietà di livello superiore. Se hai una proprietà dominio e sotto varie proprietà con prefisso URL, quelle figlie ereditano la scelta della madre — a meno che tu non le configuri manualmente una per una. È il default per ogni proprietà che ha un padre.

Un dettaglio che apprezzo: Google collega esplicitamente questo controllo al report sulle prestazioni AI di Search Console, quello che mostra impressioni e clic da AI Overview e AI Mode. Il messaggio implicito è corretto: prima misuri, poi decidi. Se non sai quanto traffico e quante impressioni ti portano oggi le risposte AI, non hai i numeri per valutare l’esclusione. Ne ho scritto la settimana scorsa: quel report è il punto di partenza di qualsiasi ragionamento serio su questo tema.

L’ereditarietà tra proprietà: il dettaglio che può fregarti

La parte più tecnica del documento di Google è anche quella dove si nascondono gli errori più costosi. Funziona così: ogni proprietà eredita il controllo dal padre più vicino che ha smesso di ereditare. Se nessun padre ha mai toccato l’impostazione, la proprietà eredita dal dominio di primo livello.

Esempio concreto. Hai queste proprietà in Search Console:

  • tuosito.it (proprietà dominio — il padre di tutto)
  • https://tuosito.it/blog/ (proprietà prefisso URL)
  • shop.tuosito.it (sottodominio)

Se qualcuno — tu, un collega, la vecchia agenzia che ha ancora accessi — imposta “Escludi” sulla proprietà dominio, tutto quello che sta sotto viene escluso a cascata: blog, shop, sottocartelle. In silenzio. Il rovescio è vero allo stesso modo: puoi escludere solo il blog e lasciare dentro lo shop, configurando manualmente la proprietà figlia per interrompere l’ereditarietà.

Questa granularità è utile — è l’unica parte del controllo che trovo davvero interessante per una PMI, perché permette scelte chirurgiche invece del tutto-o-niente. Ma richiede due cose che nella mia esperienza mancano spesso: sapere chi ha accesso proprietario alla tua Search Console, e sapere quali proprietà esistono. Ho visto Search Console con proprietà create da tre agenzie diverse in cinque anni, e nessuno in azienda sapeva chi avesse ancora le chiavi. Con questo controllo, un accesso dimenticato può decidere la tua visibilità nelle AI al posto tuo.

Cosa succede davvero se escludi il tuo sito

Qui il documento di Google è insolitamente onesto, e vale la pena leggerlo riga per riga. Se attivi l’esclusione:

1. Sparisci dalle risposte AI, ma i tuoi concorrenti restano. Google lo scrive nero su bianco: i contenuti degli altri siti continueranno a comparire “e potrebbero essere simili ai tuoi”. Tradotto: la risposta AI alla domanda del tuo potenziale cliente esiste comunque. Solo che la firma un altro. Non stai togliendo la risposta dal mercato, stai togliendo te dalla risposta.

2. Non è un segnale di ranking. L’esclusione non influenza il posizionamento nella ricerca classica. I tuoi risultati blu restano dove sono. Su questo punto Google è categorica, e non ho motivo di dubitarne: penalizzare chi si esclude sarebbe un suicidio legale, con le autorità antitrust che guardano.

3. Non ferma l’addestramento delle AI. Questo è il punto che quasi tutti fraintenderanno. Il controllo decide se i tuoi contenuti compaiono nelle risposte, non se vengono usati per addestrare i modelli. Per limitare l’addestramento serve un altro strumento, Google-Extended, che si gestisce dal robots.txt. E i tuoi contenuti continueranno comunque ad aiutare Google “a capire il linguaggio delle query e delle pagine web”. Se il tuo obiettivo era “non voglio che Google impari dai miei contenuti”, questo interruttore non fa quello che credi.

4. È reversibile, ma con attrito. L’esclusione si attiva in 1-2 giorni. Il rientro, per esperienza con meccanismi simili, non è mai altrettanto immediato: cache, ricrawling, sistemi che si riallineano. E c’è un costo invisibile: mentre sei fuori, le AI imparano a citare altre fonti per il tuo argomento. Riconquistare una citazione persa costa più che difenderla.

A chi conviene escludersi (quasi a nessuno, ma non a zero)

Ti dico come la vedo, con i trade-off espliciti. Non è un consiglio uguale per tutti: dipende dal tuo modello di business.

Escludersi può avere senso se…

  • Vendi contenuti, non prodotti o servizi. Sei un editore, vivi di abbonamenti o pubblicità, e le AI Overview riassumono i tuoi articoli togliendoti il clic che ti paga lo stipendio. Per te il calcolo è reale: i dati di settore 2026 parlano di cali di CTR fino al 58% sulle pagine top quando c’è un’AI Overview sopra. Se il riassunto AI sostituisce integralmente il valore che vendi, l’esclusione è una leva negoziale e difensiva legittima.
  • Hai contenuti proprietari ad alto valore che l’AI restituisce per intero. Ricette complete, tabelle dati, comparazioni: casi in cui la risposta AI non è un assaggio ma il piatto intero. Qui l’esclusione chirurgica di una sezione (grazie all’ereditarietà) può proteggere l’asset senza sacrificare il resto del sito.

Escludersi è un autogol se…

  • Sei una PMI che vende prodotti o servizi. Il tuo contenuto non è il prodotto: è il modo in cui il cliente ti trova e decide di fidarsi. Se la risposta AI cita te invece del concorrente, quella citazione è pubblicità gratuita nel momento esatto della decisione. Uscirne significa regalare lo spazio a chi resta. Sul mio cliente con 40.000 visite mensili da AI Overview, escludersi vorrebbe dire cancellare un canale che converte, costruito in mesi di lavoro sui contenuti.
  • Il tuo mercato è locale o di nicchia. Nelle nicchie le AI hanno poche fonti buone. Essere una di quelle poche è un vantaggio sproporzionato rispetto ai grandi mercati. Escludersi da una nicchia dove sei tra le tre fonti citabili è il regalo più grande che puoi fare al secondo classificato.
  • Stai decidendo sull’onda dell’ideologia. “Non voglio dare i miei contenuti alle AI” è una posizione che rispetto, ma è una posizione emotiva. Come visto sopra, l’esclusione non ferma nemmeno l’addestramento. Rinunci al traffico e tieni il fastidio.

La sintesi onesta: questo interruttore è pensato per gli editori, ma verrà notato soprattutto dalle PMI — che sono esattamente quelle che non dovrebbero usarlo. Se il tuo fatturato non dipende dal clic sull’articolo, la partita si gioca dentro le risposte AI, non fuori.

Cosa fare oggi: la checklist per una PMI

Cinque mosse concrete, in ordine. Costo: qualche ora di lavoro, zero euro.

1. Verifica se il controllo è già attivo sul tuo sito. Apri Search Console > Impostazioni e cerca “Search generative AI”. Se non c’è, tornerà utile sapere che arriverà: mettilo in agenda, non serve altro.

2. Fai l’inventario delle proprietà e degli accessi. Chi è proprietario delle tue proprietà Search Console? Esistono proprietà dominio e proprietà prefisso che non ricordavi? L’ereditarietà del controllo rende pericoloso ogni accesso dimenticato. Revoca quello che va revocato, oggi.

3. Misura prima di toccare qualsiasi cosa. Apri il report sulle prestazioni AI (ne ho parlato qui) e guarda i numeri: quante impressioni e quanti clic arrivano da AI Overview e AI Mode? Su quali pagine? Quella è la posta in gioco. Deciderla senza averla misurata non è strategia, è ansia.

4. Lascia il default “Includi” — consapevolmente. Per la stragrande maggioranza delle PMI italiane la scelta giusta è restare dentro. Ma da oggi che l’interruttore esiste, “restare dentro” non è più inerzia: è una decisione. Scrivila da qualche parte, con la data e il motivo. Quando qualcuno in azienda chiederà “ma perché siamo nelle risposte AI di Google?”, avrai la risposta.

5. Se vuoi limitare l’addestramento, agisci sul livello giusto. Vuoi comparire nelle risposte ma non contribuire all’addestramento dei modelli? Il controllo di Search Console non c’entra: valuta Google-Extended nel robots.txt. Sono due leve diverse per due obiettivi diversi, e confonderle è l’errore tecnico più probabile dei prossimi mesi.

La lettura SEO/GEO: cosa ci dice questo interruttore

Faccio un passo indietro, perché questa notizia dice qualcosa di più grande della sua meccanica.

Primo: Google ha appena certificato che la visibilità nelle AI è un asset con un valore misurabile. Prima ti dà il report per misurarla, poi l’interruttore per rinunciarci. Non crei un controllo di opt-out per qualcosa che non vale niente. È la conferma istituzionale che le citazioni nelle risposte AI sono il nuovo posizionamento — quello per cui lavoro quando parlo di GEO, Generative Engine Optimization.

Secondo: la visibilità nelle AI diventa una scelta strategica esplicita, in entrambe le direzioni. Fino a ieri “stare nelle AI Overview” era qualcosa che ti capitava. Da oggi è qualcosa che scegli. E come ogni scelta, richiede dati: il report AI per il valore attuale, l’analisi delle query che generano risposte AI nel tuo settore per il potenziale. Con il query fan-out di AI Mode, una singola domanda del cliente si spezza in decine di sotto-ricerche: ogni sotto-ricerca è uno slot in cui puoi essere citato. Chi si esclude, esce da tutti quegli slot in un colpo solo.

Terzo: la strada per starci dentro bene non è cambiata di un millimetro. Google lo ha messo per iscritto nella sua guida ufficiale per l’AI generativa: ottimizzare per le AI significa fare SEO seria. Contenuti fondati su esperienza reale, copertura completa dei temi, struttura tecnica pulita. L’interruttore decide se partecipi alla partita; la qualità dei contenuti decide se la vinci.

La mia posizione, per chi me la chiede: io i miei clienti li porto dentro le risposte AI, con metodo e misurando tutto. L’esclusione è uno strumento legittimo che consiglierei a un editore in casi specifici, e che a una PMI che vende prodotti o servizi sconsiglio quasi sempre. Ma sono contento che esista: un web dove la partecipazione alle risposte AI è una scelta documentata è più sano di uno dove è un fatto compiuto.

Domande frequenti

Cos’è il Search generative AI control di Google?

È una nuova impostazione di Google Search Console (Impostazioni > Search generative AI) che permette di includere o escludere i contenuti del proprio sito dalle funzioni di ricerca generativa di Google: AI Overview, AI Mode e le funzioni AI di Google Discover. È attiva dal 17 giugno 2026 su un sottoinsieme di siti, con rollout graduale.

Se escludo il mio sito dalle AI Overview perdo posizioni su Google?

No. Google dichiara esplicitamente che il controllo non è un segnale di ranking e non influenza le altre parti della Ricerca. I risultati organici tradizionali non vengono toccati. Perdi però tutte le impressioni, le citazioni e il traffico provenienti dalle funzioni AI, mentre i contenuti dei concorrenti continuano a comparirci.

L’esclusione impedisce a Google di addestrare le AI sui miei contenuti?

No. Il controllo riguarda solo la comparsa dei contenuti nelle risposte generative, non l’addestramento dei modelli. Per limitare l’uso dei contenuti nell’addestramento serve Google-Extended, che si configura nel file robots.txt. Per sparire completamente dalla Ricerca serve invece il noindex.

Quanto tempo serve perché l’esclusione diventi effettiva?

Secondo Google, in genere 1-2 giorni dall’attivazione del controllo. Alcuni contenuti possono richiedere più tempo per via delle cache e della propagazione sui sistemi di Google.

Conviene a una PMI escludersi dalle risposte AI di Google?

Nella maggior parte dei casi no. Se vendi prodotti o servizi, le citazioni nelle risposte AI sono un canale di visibilità nel momento della decisione d’acquisto: escludersi significa lasciare quello spazio ai concorrenti. L’esclusione ha senso soprattutto per gli editori che vivono di clic e abbonamenti, quando il riassunto AI sostituisce integralmente il valore del contenuto. Prima di qualsiasi scelta, misura il traffico AI reale con il report dedicato di Search Console.

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