«Ho chiesto a ChatGPT chi fa il mio lavoro nella mia zona, e non mi ha nominato. Come ci entro?» Me lo chiedono quasi ogni settimana, di solito subito dopo che il cliente ha provato a cercarsi dentro l’assistente e si è visto rispondere con tre nomi che non sono il suo. La domanda sotto quella domanda è sempre la stessa: da dove prende le informazioni ChatGPT, e che cosa devo fare per finirci dentro. Rispondo qui per esteso, perché la risposta cambia l’ordine delle cose da fare.

Prima cosa: ChatGPT non ha un elenco di aziende

Le informazioni che vedi in una risposta arrivano da tre strati diversi, e confonderli è il motivo per cui tanti interventi non producono nulla.

Il primo strato è l’addestramento: una fotografia di una enorme quantità di testo pubblico, scattata fino a una certa data. È statica. Non esiste un modulo per farsi aggiungere, non esiste un contatto a cui scrivere per correggere quella fotografia, e se la tua azienda non c’era quando è stata scattata, non ci sarà finché non ne viene scattata un’altra.

Il secondo strato è la ricerca dal vivo. Quando la domanda riguarda qualcosa di recente, locale o specifico — «chi fa consulenza SEO in Calabria», «quanto costa questo servizio» — l’assistente lancia una ricerca sul web e legge alcune pagine in quel momento, poi riassume quello che ha letto. Questo è lo strato su cui si può lavorare oggi, ed è l’unico che risponde in tempi ragionevoli.

Il terzo strato è la conversazione: i link, i file e le indicazioni che l’utente incolla nella chat, più la memoria dell’account. È il motivo per cui il test «chiedo a ChatGPT della mia azienda» quasi sempre mente: se lo chiedi dal tuo account, che ha già sentito parlare di te per mesi, ricevi una risposta che nessun altro riceverà.

Messe insieme, le tre cose dicono una verità scomoda: non si entra in ChatGPT, si entra nelle fonti che ChatGPT legge quando qualcuno fa quella domanda. Il lavoro è lì.

L’ordine corretto degli interventi

1. Rendere i fatti verificabili e identici ovunque. Nome, sede, telefono, servizi, aree coperte, prezzi: devono dire la stessa cosa sul sito, sulla scheda Google, sui profili e negli elenchi di settore. Quando le fonti si contraddicono, il modello non sceglie la tua versione: evita l’argomento e nomina qualcun altro. Questo passaggio non costa quasi niente in strumenti e costa fatica in coerenza, ed è quello che salto meno volentieri. La scheda Presenza su Knowledge Graph e fonti AI è esattamente questo lavoro, a 490 €.

2. Scrivere pagine da cui si possa estrarre una risposta. Una pagina citabile dice la cosa nelle prime righe, mette i numeri espliciti invece di rimandare al preventivo, separa le domande con titoli che sono domande. Se per sapere quanto costa il tuo servizio bisogna compilare un form, nessun assistente lo riassumerà mai. Qui lavoro con Contenuti citabili per AI, 490 €.

3. Dare una forma leggibile ai dati. Schema dell’organizzazione, dei servizi, delle FAQ, collegamenti coerenti fra le entità: non è magia, è togliere ambiguità. Dati strutturati ed entità per AI, 490 €.

4. Farsi nominare da pagine che non sono tue. Recensioni, rassegne, elenchi, interviste, cataloghi di categoria. Gli assistenti citano volentieri fonti terze, perché gli servono per confermare quello che il tuo sito afferma di sé. Questo è il passaggio più lento e quello che nessuno vuole fare, ed è anche quello che sposta davvero l’ago.

5. Solo alla fine, misurare. Monitoraggio citazioni AI costa 390 € e serve a rispondere a una domanda precisa: su un elenco fisso di domande, ripetute nel tempo, quante volte compari e con quale ruolo. Attivarlo prima di aver sistemato i primi tre punti significa pagare per guardare una riga piatta.

Cosa non funziona (e lo vedo ancora tutte le settimane)

Pagare per essere inserito. Non esiste un posto a pagamento fra le fonti di una risposta. Chi lo vende sta vendendo altro, di solito una directory che nessuno legge.

Scrivere «ottimizzato per l’AI» nelle pagine. Non è un segnale, è un’etichetta. Vale quanto scrivere «sito veloce» in home su un sito lento.

Trattare il file llms.txt come una scorciatoia. Lo metto volentieri, costa poco, ma è una mappa per chi ha già qualcosa da mappare: non tutti i motori lo leggono, e nessuno di loro lo usa al posto delle pagine. Prima le pagine.

Pubblicare duecento articoli generati in blocco. Il modello sintetizza, non conta. Venti pagine che ripetono la stessa cosa con parole diverse non danno venti motivi per citarti, ne danno zero: non c’è un fatto nuovo da estrarre.

Bloccare i bot delle AI e poi lamentarsi del silenzio. Succede più spesso di quanto sembri: un pannello di hosting con l’interruttore «blocca i bot AI» attivo per default, e il sito che risponde con un errore a chi prova a leggerlo. È la prima cosa che controllo, prima di qualsiasi preventivo.

Giudicare il risultato chiedendo all’assistente che ne pensa di te. Le risposte non sono stabili: cambiano fra un account e l’altro, fra una sessione e l’altra, e la memoria dell’account altera il test. Per questo il monitoraggio serio si fa su domande fisse e ripetute, non a sensazione dopo cena.

Quanto costa farlo fare

Questi sono i prezzi pubblici del mio catalogo, IVA esclusa, per l’area GEO per motore AI. Si lavora un motore per volta, perché le fonti che legge ChatGPT non sono le stesse che legge Rufus su Amazon.

Se non sai da quale partire, la call strategica costa 97 € e serve a decidere l’ordine, non a vendere il pacchetto più grosso. Le altre guide della serie, area per area, stanno nell’hub Guida ai servizi.

Domande frequenti

Da dove prende le informazioni ChatGPT?

Da tre fonti diverse: i dati di addestramento, cioè testo pubblico raccolto fino a una certa data e poi congelato; una ricerca sul web fatta al momento, quando la domanda richiede informazioni recenti o locali; e quello che l’utente scrive o incolla nella conversazione, più la memoria del suo account. Per un’azienda l’unica porta praticabile è la seconda: le pagine che l’assistente legge mentre risponde.

Posso pagare per entrare fra le fonti di ChatGPT?

No, non esiste un posizionamento a pagamento fra le fonti di una risposta. Si lavora sulle informazioni pubbliche che l’assistente trova: coerenza dei dati aziendali su tutte le fonti, pagine che rispondono in modo estraibile, dati strutturati, menzioni su siti di terzi.

Perché ChatGPT dice cose sbagliate sulla mia azienda?

Quasi sempre perché le fonti pubbliche si contraddicono: un indirizzo vecchio in una directory, un listino superato su un portale, un profilo social abbandonato con un’altra ragione sociale. Il modello non sa quale versione sia quella giusta e mescola. Si corregge sistemando le fonti, non chiedendolo all’assistente nella chat: qui ho spiegato per esteso come si corregge.

Se chiedo a ChatGPT della mia azienda e mi risponde bene, sono a posto?

No, quel test non vale. Dal tuo account la risposta è influenzata dalla cronologia e dalla memoria, e le risposte non sono comunque identiche fra una sessione e l’altra. Per avere un dato utile serve un elenco fisso di domande, ripetute nel tempo e da sessioni pulite, e il conteggio di quante volte compari.

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