No, per la maggior parte delle PMI italiane non serve tradurre il sito in inglese per farsi citare dalle AI. Ma il problema che sta dietro a questa domanda è reale e i numeri sono appena usciti. Un’analisi pubblicata il 5 agosto su Search Engine Land, fatta sui log dei server di decine di siti multilingua, mostra che il bot con cui ChatGPT va a prendere le pagine prima di rispondere — ChatGPT-User — scarica pagine in inglese nel 42% dei casi. Googlebot, sugli stessi siti, si ferma al 14%. Tre volte tanto. Una seconda ricerca su oltre 10 milioni di conversazioni misura la stessa cosa dall’altro lato: nelle sessioni non in inglese, il 43% delle ricerche che ChatGPT fa dietro le quinte viene comunque fatto in inglese.

Tradotto per un imprenditore: quando un cliente italiano chiede a ChatGPT chi sono i migliori fornitori del tuo settore, quasi metà del lavoro di ricerca che la macchina fa per rispondere non passa dal web italiano. Passa da quello inglese. E lì tu non ci sei.

In questo articolo

Il dato: ChatGPT cerca in inglese anche quando gli parli in italiano

Partiamo dalla cosa più concreta, i log dei server. Quando ChatGPT costruisce una risposta, non manda un bot solo. Ne manda tre, e fanno mestieri diversi.

  • GPTBot raccoglie dati per l’addestramento del modello.
  • OAI-SearchBot indicizza i siti per le funzioni di ricerca.
  • ChatGPT-User è quello che va a prendere la pagina dal vivo, nel momento in cui un utente sta aspettando una risposta.

L’analisi di Search Engine Land ha separato i tre bot nei log di 26 proprietà multilingua e ha misurato, per ciascuno, quanta parte delle visite finisce sulle pagine in inglese. Il risultato è tutt’altro che piatto:

  • GPTBot (addestramento): 2%
  • Googlebot (domanda organica reale): 14%
  • OAI-SearchBot (indicizzazione): 24%
  • ChatGPT-User (recupero al momento della risposta): 42%

Guardali da sinistra a destra. Il bot che addestra il modello quasi non tocca l’inglese: prende tutto, in tutte le lingue, e sta perfino sotto la domanda organica reale. Ha senso, il modello l’inglese lo sa già, deve imparare le altre lingue. Ma man mano che ci si avvicina al momento in cui la risposta viene scritta, la percentuale sale. E il bot che arriva un istante prima della citazione sceglie l’inglese tre volte più di Google sugli stessi identici siti.

È un dettaglio tecnico con una conseguenza enorme: il pregiudizio verso l’inglese non è sepolto nei dati di addestramento. Entra al momento della risposta. Non è una cosa che riguarda il passato del modello. È una cosa che succede stamattina, mentre il tuo cliente digita.

Il rapporto di sovra-rappresentazione dell’inglese misurato sui vari siti va da 1,9 a 6,5 volte, con mediana intorno a 2,6. In pratica, ChatGPT va a prendere la versione inglese di una pagina tra il 65% e il 79% delle volte, quando quella versione esiste.

La conferma dall’altro lato: 43% delle ricerche in inglese

C’è una seconda ricerca, indipendente, che misura la stessa cosa partendo dalle conversazioni invece che dai log. La piattaforma di monitoraggio Peec AI ha analizzato oltre 10 milioni di prompt e più di 20 milioni di “query fan-out” — le micro-ricerche che ChatGPT lancia dietro le quinte per costruire una risposta (ne ho parlato quando è arrivato il query fan-out di Google AI Mode).

Hanno filtrato solo i casi puliti: domanda in polacco da IP polacco, in tedesco da IP tedesco, in spagnolo da IP spagnolo. Niente incroci strani. Il risultato:

  • In tutte le sessioni non in inglese analizzate, almeno una sotto-ricerca viene fatta sul web inglese.
  • Nel 78% dei casi ChatGPT decide che le fonti nella lingua dell’utente non bastano e integra da solo con ricerche in inglese.
  • Il 43% del lavoro di ricerca complessivo per i prompt non in inglese viene svolto sul web anglofono.
  • Il turco è la lingua che passa all’inglese più spesso (94%), lo spagnolo la meno (66%). Nessuna lingua diversa dall’inglese scende sotto il 60%.

Due metodi diversi, due aziende diverse, stessa direzione. Quando il numero regge da due strade indipendenti, di solito è vero.

Non tutte le AI si comportano così (Google e Copilot no)

Qui arriva la parte che quasi nessuno racconta, ed è quella che ti evita di fare la mossa sbagliata.

Search Engine Land ha rifatto la stessa misura su Copilot (usando i dati di citazione AI di Bing Webmaster Tools) e su Google AI Mode e AI Overview (usando il nuovo report AI di Search Console). Hanno costruito un indice semplice: quota di citazioni AI in inglese diviso quota di impression di ricerca in inglese. 1,0 significa neutro — l’AI cita l’inglese esattamente quanto il sito se lo merita. Sopra 1,0, l’inglese prende più di quello che gli spetta.

  • Copilot: 1,07 su 272 proprietà Bing. Praticamente neutro.
  • Google AI: 0,79. Usa meno inglese di quanto la domanda di ricerca suggerirebbe. Segue la lingua locale.
  • ChatGPT: circa 2,6.

Il motivo è architetturale, non ideologico. Copilot e Google si appoggiano a indici di ricerca che sono multilingua da vent’anni: hanno una storia lunghissima di servire la lingua giusta all’utente giusto, gli hreflang funzionano, e quel comportamento si trascina dentro il livello di risposta AI. ChatGPT recupera i contenuti dal vivo dentro un modello il cui centro di gravità è l’inglese, senza quella base multilingua alle spalle.

Quindi non è “le AI preferiscono l’inglese”. È un problema di ChatGPT — e probabilmente degli LLM che recuperano contenuti allo stesso modo. Il che, paradossalmente, è una buona notizia: un problema con un nome e una forma si affronta. Un problema generico no.

Il rovescio della medaglia è che ChatGPT non è un canale qualsiasi: come ho scritto a luglio, da lì passa il 92% del traffico che arriva dalle AI. Il canale con il pregiudizio più forte è anche quello che conta di più.

Cosa succede davvero a un’azienda che non parla inglese

I numeri diventano concreti quando li vedi in azione. Gli esempi nell’analisi di Peec AI sono brutali proprio perché sono banali.

Germania. Domanda posta in tedesco, da IP tedesco: “quali sono le migliori software house?”. La risposta elenca aziende eccellenti. Nessuna tedesca. Non una. In un Paese con un’industria software enorme.

Polonia. Domanda in polacco, da IP polacco: “quali sono i migliori portali d’aste?”. Allegro.pl — che è il marketplace polacco, il leader assoluto di quel mercato — o manca del tutto o finisce in fondo. Al suo posto eBay e piattaforme globali.

Spagna. Domanda in spagnolo: “quali marche di cosmetici sono le migliori?”. Zero marchi spagnoli. E guardando i fan-out si capisce perché: la prima micro-ricerca è in inglese (“best cosmetic brands skincare makeup top brands”), la seconda è in spagnolo ma ChatGPT ci ha aggiunto di suo la parola “globali”. L’utente chiedeva marchi di cosmetici. La macchina ha deciso che intendeva marchi globali di cosmetici.

Nessuno di questi è un caso di azienda che lavora male. Sono aziende che dominano il mercato di casa e spariscono nella risposta AI del cliente di casa. Il meccanismo è meccanico, non malevolo: le pagine globali hanno più backlink, più citazioni, più segnali di autorevolezza riconoscibili, e circa metà dei contenuti su internet è scritta in inglese. Cercare in inglese, per un modello che deve minimizzare il rischio di dire una sciocchezza, è la scorciatoia statisticamente sensata.

E in Italia siamo esattamente in quella categoria. L’avevo già misurato con i dati sulle citazioni fantasma: le fonti italiane vengono citate nell’82-94% dei casi, ma il nome del brand italiano esce nella risposta solo nel 18-22%. Adesso abbiamo il pezzo mancante del puzzle. Non è solo che l’AI ci legge senza nominarci. È che per quasi metà del lavoro non ci legge proprio, perché è andata a leggere altrove.

La versione inglese aiuta? Sì, ma i numeri vanno letti bene

Se gli LLM vanno a cercare l’inglese, la mossa ovvia sembra dargliene. Search Engine Land ha testato anche questo, confrontando siti con una cartella /en/ e siti senza, a parità di visibilità nella ricerca tradizionale.

L’aumento di visibilità nelle risposte AI per chi ha una versione inglese:

  • ChatGPT: +122%
  • Copilot: +52% (892 citazioni ogni 10.000 impression contro 585 di chi non ce l’ha)
  • Google Gen AI: +9% di mediana per sito (+28% aggregato, ma con outlier pesanti)
  • Tutti gli LLM insieme: +61%

Il +122% su ChatGPT è il titolo che farà il giro. Ma leggi la riga di Google: +9%. È la conferma dall’altra parte che il fenomeno è concentrato dove il pregiudizio è forte, e quasi assente dove non lo è. Se il tuo pubblico e i tuoi clienti stanno su Google, l’inglese ti compra un margine risibile.

E c’è un’altra cosa da mettere sul tavolo: gli autori stessi scrivono che il vantaggio appare più piccolo sui modelli più maturi e che OpenAI si sta addestrando sempre di più anche sulle altre lingue. Il che significa che stai valutando un investimento permanente per catturare un vantaggio che potrebbe restringersi.

Il trade-off onesto: una pagina inglese abbandonata è peggio di nessuna

Questa è la parte che mi ha convinto a scrivere l’articolo, perché è il rischio che nessuno ti spiega prima di venderti la traduzione del sito.

Nei dati raccolti c’è il caso di una banca che aveva pubblicato un PDF in inglese con le proprie tariffe e poi se n’era dimenticata. Le pagine in olandese e in francese venivano aggiornate regolarmente. Il PDF inglese no: era rimasto lì, vecchio, in un angolo del sito, letto da nessuno.

Indovina quale file ha pescato e citato l’assistente AI.

Un asset inglese vecchio non è un file che dorme. Diventa la risposta servita a clienti che non avevano nemmeno chiesto l’inglese. Con dentro prezzi sbagliati, condizioni superate, un’offerta che non esiste più.

È lo stesso identico meccanismo che ho descritto parlando degli agenti AI che si bloccano sulla pagina prezzi: la macchina non giudica quale versione è più importante per il tuo business. Prende quella che riesce a leggere meglio. Se pubblichi una cartella /en/, devi assumere che alcuni LLM la tratteranno come la tua fonte di verità principale. Non importa quanto quella versione conti per il tuo pubblico reale.

Quindi la regola è secca: aggiungi una versione inglese solo se puoi tenerla aggiornata quanto quella italiana. Se non puoi, non è un’occasione persa. È un’arma puntata verso di te.

Perché per la maggior parte delle PMI italiane la risposta resta no

Faccio il consulente per aziende italiane, non per multinazionali. Quindi la traduzione operativa di questi dati, per il tipo di azienda con cui lavoro, è questa.

Se vendi in Italia, a clienti italiani, la versione inglese non è la tua priorità. Non perché il dato sia falso, ma perché stai risolvendo il problema sbagliato. ChatGPT passa all’inglese nel 78% delle sessioni non anglofone non per snobismo: perché in italiano non trova abbastanza materiale di qualità sul tuo tema. Quel 78% è la fotografia di un vuoto.

E un vuoto, per chi lavora bene, è un’occasione. In quasi ogni verticale italiano — impiantistica, arredo su misura, macchinari, servizi professionali, agroalimentare — le domande vere dei clienti hanno risposte scarsissime in italiano: pagine copiate tra loro, blog fermi al 2019, schede prodotto scritte dal fornitore. Riempire quel vuoto in italiano è più economico che tradurre tutto in inglese, ed è la mossa che ti fa vincere anche su Google, dove l’inglese ti darebbe un +9%.

Se esporti o vendi B2B all’estero, invece, la risposta cambia. Lì una versione inglese curata delle pagine portanti — chi sei, cosa fai, prezzi o fasce di prezzo, casi studio, certificazioni — non è un vezzo: è il minimo per esistere in un canale dove il 42% dei recuperi va sull’inglese. Ma “curata” significa aggiornata come l’italiano, per sempre, non tradotta una volta e dimenticata.

C’è poi un terzo caso, il più diffuso e il più insidioso: l’azienda che una versione inglese ce l’ha già, mezza fatta. Tre pagine tradotte nel 2019, un PDF di listino, un “company profile” con dati vecchi. Quella non è una risorsa dormiente. Secondo questi numeri, è il primo posto dove l’AI andrà a leggere. Vale la pena controllarla oggi.

Il caso più comune in Italia: il traduttore automatico attaccato al sito

Nove PMI italiane su dieci, quando gli chiedi “avete il sito in inglese?”, rispondono di sì. Poi guardi e trovi un plugin di traduzione automatica: una bandierina in alto a destra, e tutto il sito che viene tradotto al volo dalla macchina.

Sul piano commerciale è una scelta legittima e a volte l’unica sostenibile. Sul piano della visibilità nelle AI, però, cambia il quadro in un modo che va capito.

Ci sono due famiglie di soluzioni, e non si comportano allo stesso modo.

I widget che traducono nel browser (quelli che non creano URL nuovi, tipo il vecchio widget di Google Translate) non producono nessuna pagina in inglese. Il testo inglese esiste solo dentro il browser di chi clicca. Un crawler che arriva su quell’indirizzo vede l’italiano. Quindi: non hai un problema di pagine inglesi obsolete, ma non hai nemmeno nessun vantaggio nelle risposte AI in inglese. Il tuo sito, per ChatGPT, è un sito italiano e basta.

I sistemi che creano URL dedicati (WPML, Polylang, Weglot e simili, con struttura /en/ o sottodominio) invece pubblicano pagine inglesi vere e indicizzabili. Ed è qui che i dati di questa ricerca diventano rilevanti per te: quelle pagine possono essere trattate da un LLM come la tua fonte principale.

Il che apre una domanda scomoda: ti fidi di come la macchina ha tradotto i tuoi prezzi, le tue condizioni, i nomi dei tuoi prodotti? Nella mia esperienza i punti dove la traduzione automatica sbanda sono sempre gli stessi tre, e sono i tre che contano di più in una risposta AI:

  • I nomi propri di prodotto e servizio, che vengono tradotti quando non dovrebbero. Un servizio che si chiama “Chiavi in mano” diventa “Turnkey”, ma se il cliente inglese cerca il tuo nome commerciale non lo trova, e l’AI si ritrova due entità diverse per la stessa cosa.
  • Le unità e i formati. Prezzi con la virgola decimale italiana, IVA inclusa o esclusa, date in formato giorno/mese. Sono esattamente i pezzi che un assistente AI ripete alla lettera nella risposta.
  • Le diciture legali e le garanzie. Tradotte male diventano promesse che non hai mai fatto.

La mossa sensata non è disattivare tutto. È restringere: se usi un traduttore automatico, escludi dalla traduzione le pagine dove i numeri contano — listino, condizioni, schede tecniche, contatti — e traduci quelle a mano, poche e curate. Il resto lascialo pure fare alla macchina. Cinque pagine giuste valgono più di cinquecento approssimative, e questa non è un’opinione: è la stessa logica per cui la banca del PDF dimenticato ci ha rimesso.

Le 6 mosse concrete

Tutte fattibili senza budget. Come sempre, qui costa ordine, non soldi.

1. Fai l’inventario di quello che hai già in inglese. Cerca su Google site:tuodominio.it inurl:en e site:tuodominio.it filetype:pdf. Elenca ogni pagina e ogni PDF in inglese. Per ognuno decidi: lo aggiorno, lo cancello, o lo metto in noindex. Non lasciare nulla nel limbo. Se trovi listini o condizioni superate, quello è il primo intervento della settimana.

2. Controlla i log del server, non i tool. Chiedi al tuo hosting gli access log e filtra per ChatGPT-User, OAI-SearchBot e GPTBot. Vedrai quali pagine tue vengono davvero recuperate un istante prima che ChatGPT risponda, e in che lingua. È l’unico dato di prima mano che nessun cruscotto ti dà. Sui piccoli hosting condivisi a volte non è disponibile: in quel caso Search Console e il report AI restano la fonte migliore.

3. Scrivi in italiano le domande che oggi non hanno risposta. Prendi le venti domande che i tuoi clienti ti fanno davvero al telefono — quanto costa, quanto ci vuole, meglio A o B, cosa succede se, chi lo fa nella mia zona — e rispondi sul sito, per esteso, con numeri veri. È lì che si gioca la partita italiana, ed è terreno quasi libero. Vale ancora di più dopo quello che sappiamo su come le AI scelgono i brand: il 69% delle ricerche generate dai modelli non nomina nessun marchio, sono domande di problema.

4. Metti gli hreflang a posto, se hai più lingue. Coppie reciproche, x-default impostato, nessuna pagina orfana. Serve a Google e a Copilot, che gli hreflang li rispettano. Non serve a ChatGPT, ma è la parte gratis del lavoro.

5. Se decidi per l’inglese, parti dalle pagine portanti e da quelle sole. Chi sei, cosa fai, prezzi, due casi studio, contatti. Cinque pagine mantenute valgono cinquanta abbandonate. E metti in calendario una revisione trimestrale, altrimenti fra due anni sei la banca del PDF.

6. Non bloccare i crawler AI per difenderti. Il riflesso di chiudere la porta è comprensibile ma controproducente, e ne ho scritto a proposito del blocco dei bot AI su Cloudflare. Se ChatGPT-User non può leggerti, non sceglie la tua pagina italiana né quella inglese: sceglie quella di qualcun altro.

Cosa cambia per la tua SEO e per la GEO

Sul piano metodologico, questa storia sposta una cosa importante nel modo in cui si imposta un lavoro GEO.

Fino a ieri la domanda operativa era “quanto è completo il mio contenuto sul tema?”. Adesso se ne aggiunge una seconda: “in quale lingua la macchina va a cercare il mio tema, e in quella lingua io esisto?”. Sono due domande diverse e la seconda non si risponde guardando le posizioni su Google.

In pratica, dentro un’analisi seria, questo si traduce in tre controlli in più:

  • Mappa delle lingue dei fan-out. Per le domande commerciali del tuo settore, verifica a mano su ChatGPT quali fonti vengono citate e in che lingua sono. Bastano dieci prompt fatti bene per capire in che metà del tabellone giochi.
  • Autorità topica prima dell’ampiezza linguistica. I dati sull’autorità topica dicono che le AI ti nominano dove sei profondo, non dove sei presente. Aggiungere una lingua non aggiunge profondità: la diluisce, se il contenuto è tradotto e basta.
  • Controllo di coerenza tra versioni. Prezzi, nomi di prodotto, dati aziendali. Se la versione italiana dice una cosa e quella inglese un’altra, non stai dando all’AI una scelta: le stai dando un motivo per fidarsi di meno di entrambe.

C’è anche un fatto strutturale da tenere presente, ed è quello che rende la partita meno disperata di come sembra: l’80% degli utenti di internet non ha l’inglese come lingua principale. Un mercato del genere non resta sguarnito per sempre. Il pregiudizio verso l’inglese è un difetto di gioventù dei sistemi di recupero, non una legge di natura, e i modelli si stanno già addestrando meglio sulle altre lingue. Costruire in italiano non è nuotare controcorrente. È arrivare prima dove la corrente sta andando.

Domande frequenti

Devo tradurre tutto il sito in inglese per farmi citare da ChatGPT?

No. I dati mostrano un vantaggio consistente (+122% di visibilità nelle risposte di ChatGPT per i siti con una cartella /en/), ma il vantaggio si applica a chi mantiene quella versione aggiornata quanto la principale. Per un’azienda che vende solo in Italia, la mossa con più ritorno è riempire il vuoto di contenuti in italiano, non tradurre. Se esporti, traduci solo le pagine portanti e mettile in calendario di manutenzione.

Perché ChatGPT cerca in inglese se gli scrivo in italiano?

Perché ChatGPT non risponde a memoria: scompone la tua domanda in più micro-ricerche (i query fan-out). La prima è di solito nella tua lingua, le successive spesso in inglese. Nel 78% delle sessioni non anglofone il modello decide che le fonti nella lingua dell’utente non bastano e integra con ricerche in inglese, dove trova più materiale e più segnali di autorevolezza. Circa metà dei contenuti sul web è in inglese: statisticamente è la scorciatoia meno rischiosa per il modello.

Anche Google e Gemini preferiscono l’inglese?

No, e questa è la differenza più utile da conoscere. Sull’indice di rappresentazione (citazioni AI in inglese rapportate alle impression di ricerca in inglese, dove 1,0 è neutro) Copilot sta a 1,07 e Google AI a 0,79 — cioè Google usa perfino meno inglese di quanto la domanda suggerirebbe. ChatGPT sta a 2,6. È un problema specifico degli LLM che recuperano contenuti dal vivo senza appoggiarsi a un indice multilingua maturo.

Ho già qualche pagina in inglese vecchia sul sito. Che faccio?

La controlli oggi. È il caso più pericoloso di tutti: gli LLM tendono a trattare la versione inglese come fonte primaria, quindi un listino o una scheda superata diventa la risposta che viene servita a un cliente che non aveva nemmeno chiesto l’inglese. Le opzioni sono tre: aggiornarla, rimuoverla con un redirect verso la pagina italiana corrispondente, oppure metterla in noindex se ha ancora una funzione interna. Il limbo non è un’opzione.

Come faccio a sapere se ChatGPT legge davvero il mio sito?

Guardando i log del server, non i tool di monitoraggio. Filtra gli access log per gli user agent ChatGPT-User, OAI-SearchBot e GPTBot: vedrai quali URL vengono recuperati e con che frequenza. ChatGPT-User è il segnale più prezioso perché la sua visita precede di un istante la citazione. Come dato secondario, il report sull’AI generativa di Search Console ti dà le impression nelle superfici AI di Google.

Cosa significa per le aziende italiane

Significa che la lingua è diventata un fattore di visibilità, e nessuno ce l’aveva detto.

Per vent’anni un’azienda italiana che vendeva in Italia non aveva nessun motivo di preoccuparsi dell’inglese. Google serviva la lingua giusta all’utente giusto, e chi scriveva bene in italiano vinceva in Italia. Quel patto oggi vale ancora su Google — l’indice di rappresentazione a 0,79 lo dimostra — ma non vale più sul canale da cui passa il grosso del traffico AI.

La reazione istintiva è correre a tradurre. È la reazione sbagliata, ed è anche la più costosa. Tradurre un sito non è un progetto, è un abbonamento: ogni listino che cambia, ogni prodotto nuovo, ogni condizione aggiornata va replicata, per sempre, o quella versione ti si ritorce contro. La banca del PDF dimenticato non aveva fatto niente di male. Aveva solo smesso di aggiornare una pagina che nessuno leggeva. E se l’è ritrovata in bocca a un assistente AI.

La lettura che consiglio ai miei clienti è un’altra, ed è meno drammatica. Quel 43% di ricerche che se ne vanno in inglese non è una porta che ti hanno chiuso in faccia: è la misura di quanto è vuoto il web italiano sul tuo tema. La macchina va altrove perché a casa nostra non trova abbastanza. In quasi tutti i verticali italiani le domande che i clienti fanno davvero — quanto costa, quanto ci vuole, come si sceglie, cosa succede se — hanno risposte pigre, copiate, vecchie. Chi le scrive per bene, in italiano, con numeri veri e un nome vero sotto, non sta rincorrendo: sta occupando uno spazio che è ancora libero.

E vale la pena ricordare la scala della cosa: l’80% degli utenti di internet non parla inglese come prima lingua. Nessun sistema che voglia servire quel mercato può permettersi di restare sbilanciato a lungo. Il pregiudizio verso l’inglese è un difetto di gioventù, non un destino.

Quindi la mossa di questa settimana non è chiamare un traduttore. È aprire il sito, cercare le pagine in inglese che hai dimenticato di avere, e sistemarle. Poi prendere le venti domande vere dei tuoi clienti e rispondere in italiano, meglio di chiunque altro nel tuo settore. Costa ordine, non budget. E in Italia, oggi, l’ordine è ancora un vantaggio competitivo.

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