Dal 15 settembre 2026, se hai attivato il blocco dei crawler AI su Cloudflare, stai bloccando anche Googlebot. Non è un bug: è la nuova regola ufficiale, annunciata da Cloudflare il 1° luglio. Googlebot, Bingbot e Applebot sono crawler “misti” — servono sia la ricerca sia l’addestramento dei modelli — e da quella data verranno trattati con la regola più restrittiva che hai impostato. Blocchi il Training, blocchi tutto. Se in passato hai cliccato il vecchio pulsante “Block AI bots” pensando di difendere i tuoi contenuti, quel pulsante sta per diventare un interruttore di spegnimento sulla tua visibilità organica. Hai tempo fino al 15 settembre per scegliere diversamente.
Sommario
- Cosa ha annunciato Cloudflare e cosa succede il 15 settembre
- Il caso che ha fatto rumore: 403 a Googlebot già oggi
- Perché ti riguarda anche se Cloudflare non l’hai mai aperto
- La domanda vera non è “proteggo i contenuti”, è “esisto”
- Cosa fare: il controllo in 20 minuti
- Cosa cambia per la SEO e per la GEO
- Domande frequenti
- Cosa significa per le aziende italiane
Cosa ha annunciato Cloudflare e cosa succede il 15 settembre
Il 1° luglio 2026 Cloudflare ha pubblicato un post che quasi nessuno in Italia ha ripreso. Titolo: Your site, your rules. Dentro c’è un cambio di impostazione che tocca oltre il 20% dei domini del web — quelli che passano dalla rete di Cloudflare. Molti siti di PMI italiane ci passano senza che il titolare lo sappia, perché ce li ha messi l’agenzia o l’hosting.
Fino a ieri la logica era binaria: bot AI sì o bot AI no. Un pulsante, un clic, finita lì. Cloudflare ha ammesso che quella logica non regge più, e per una ragione onesta: oggi “AI” non è più una categoria di bot, è dentro qualunque cosa. Google Search è diventata un motore di risposta. Distinguere “il bot AI” dal “bot di ricerca” non ha più senso tecnico.
La nuova tassonomia: Search, Agent, Training
Al posto del pulsante unico, Cloudflare ha introdotto tre categorie basate su cosa fa il bot sul tuo sito, non su chi lo manda:
- Search — raccoglie e indicizza i tuoi contenuti per rispondere a domande future. È il patto storico: tu ti fai scansionare, in cambio ricevi visite.
- Agent — arriva in tempo reale per conto di una persona che sta aspettando dall’altra parte. Il bot di ChatGPT che apre la tua pagina mentre l’utente chatta, l’agente che naviga il tuo sito per prenotare.
- Training — prende i tuoi contenuti per addestrare o rifinire un modello. Il tuo materiale viene assorbito dentro l’architettura dell’AI e non torna più indietro.
Queste tre opzioni sono già attive oggi nel pannello Cloudflare, anche sul piano gratuito. Fin qui, ottima notizia: finalmente puoi dire “sì alla ricerca, no all’addestramento” invece di scegliere tra tutto o niente.
Il problema dei crawler misti
Poi arriva il paragrafo che cambia le carte. Cito il punto essenziale dall’annuncio: dal 15 settembre i crawler multi-scopo verranno gestiti in base a tutti i loro comportamenti, e le regole si applicano nella versione più restrittiva.
Tradotto: Googlebot fa Search e Training con lo stesso user agent. Se tu blocchi il Training, Cloudflare blocca Googlebot. Punto. Stessa cosa per Bingbot e Applebot.
Il numero che rende la portata del problema: secondo i dati Cloudflare, il 36% di tutta l’attività di crawling oggi arriva da crawler misti che uniscono ricerca e addestramento. Non è un caso limite. È più di un terzo del traffico automatico che tocca il tuo sito.
Cloudflare aggiunge un secondo pezzo: per i nuovi domini che entrano nella piattaforma, dal 15 settembre le categorie Training e Agent saranno bloccate di default sulle pagine che mostrano pubblicità, mentre Search resterà permessa. La logica è difendibile: se una pagina ha una pubblicità, il proprietario voleva che ci arrivasse una persona. Ma il default cambia comunque le regole per chi non tocca niente — e i default sono quello che il 90% delle aziende si tiene per sempre.
C’è una via d’uscita, ed è esplicita: chiunque può fare opt-out dalle nuove impostazioni predefinite, in qualsiasi momento prima del 15 settembre, dalle impostazioni Security della propria zona. Chi lo fa dichiara che non vuole modifiche sui crawler di Training che fanno anche Search. Cioè: Googlebot passa.
Il caso che ha fatto rumore: 403 a Googlebot già oggi
La notizia è diventata concreta ieri. Search Engine Journal ha ripreso il caso di un webmaster che sul forum r/SEO racconta una cosa semplice e sgradevole: ha impostato AI Training = Block su Cloudflare e da quel momento Googlebot e Bingbot ricevono errore 403 quando provano a scaricare la sitemap. Disattiva il blocco, la sitemap torna accessibile. Riattiva, torna il 403.
Nella stessa discussione è intervenuto John Mueller di Google, chiedendo di poter guardare il caso da vicino. Un altro utente ha ipotizzato che Cloudflare stesse bloccando bot falsi che si spacciano per Googlebot — ipotesi ragionevole, e il segnalatore l’ha esclusa: nel pannello Cloudflare, sezione AI Crawlers, Googlebot e Bingbot risultano bloccati automaticamente.
Va detto con onestà: è una segnalazione singola, non un fenomeno misurato. Potrebbe essere un errore di configurazione, o Bot Fight Mode che si sovrappone. Ma la direzione è quella scritta nero su bianco nell’annuncio ufficiale, e la data è fissata. Quindi il punto non è “è già successo”: è che succederà per policy, tra poche settimane, e la maggior parte dei siti italiani non sa nemmeno di avere quel pulsante acceso.
Perché ti riguarda anche se Cloudflare non l’hai mai aperto
Faccio la domanda che faccio ai clienti: sai se il tuo sito passa da Cloudflare? Nove volte su dieci la risposta è “non lo so, l’ha messo su l’agenzia”.
E qui c’è il pezzo che rende la storia rilevante per una PMI. Nel luglio 2024 Cloudflare ha lanciato il famoso pulsante “blocca tutti gli scraper AI”, un clic, gratis. Dato ufficiale nel loro blog: più di un milione di clienti l’hanno attivato.
Il pulsante che hai cliccato nel 2024
Ricordi il clima di due anni fa? “L’AI ci ruba i contenuti”. Molte agenzie hanno attivato quel toggle su tutti i siti in gestione, per prudenza, spesso senza dirlo al cliente. Era una scelta difendibile allora: bloccava crawler dedicati solo all’addestramento e non toccava Googlebot.
Dal 15 settembre lo stesso identico toggle — Cloudflare lo chiama esplicitamente legacy “Block AI bots” option — comincerà a bloccare anche i crawler misti. Cioè Google.
Questo è il punto che voglio ti resti: non devi aver fatto niente di nuovo per essere esposto. Basta una decisione presa nel 2024 con le informazioni del 2024, dentro un pannello che non apri da due anni. È lo stesso schema che ho descritto quando ho scritto di robots.txt e pagine che credi di aver nascosto: una riga di configurazione dimenticata che fa un danno silenzioso, per mesi, prima che qualcuno se ne accorga.
La domanda vera non è “proteggo i contenuti”, è “esisto”
Qui devo prendere posizione, perché è il punto dove vedo sbagliare di più.
Il dibattito sul blocco dei crawler AI è nato tra gli editori. Ed è sacrosanto: chi vive di pubblicità sul contenuto ha un problema reale. Cloudflare l’ha misurato con un dato che dovrebbe essere in ogni presentazione sul tema. Il rapporto tra scansioni e visite rimandate indietro, a giugno 2025:
- Google: circa 14 scansioni per ogni visita rimandata al sito.
- OpenAI: 1.700 a 1.
- Anthropic: 73.000 a 1.
Il patto trentennale “io ti scansiono, tu ricevi traffico” è saltato. Su questo non c’è discussione: i numeri sono di Cloudflare, che quel traffico lo vede passare.
Ma attenzione a chi applica quella conclusione. Un editore vende attenzione: ogni pagina letta dentro ChatGPT invece che sul suo sito è fatturato perso. Una PMI che vende macchinari, servizi o prodotti non vende attenzione: vende macchinari, servizi e prodotti. I tuoi contenuti non sono il prodotto, sono il modo in cui il cliente ti trova e capisce che sai fare il tuo mestiere.
Per te il rischio non è che l’AI ti copi. È che l’AI non ti conosca.
C’è una frase nell’annuncio di Cloudflare che è la più onesta di tutto il post, e riguarda esattamente i siti piccoli: se gestisci un sito piccolo, il problema non è che qualcuno addestri modelli sui tuoi contenuti — è che nessuno riesce a trovarti. E allora ti tocca un patto faustiano: comparire nella ricerca e farti addestrare, oppure rischiare di sparire.
Cosa perdi davvero se blocchi
Facciamo il conto concreto per un’azienda da 2-10 milioni di fatturato:
- Blocchi il Training: dal 15 settembre rischi di perdere l’indicizzazione su Google e Bing. Cioè la fonte da cui arriva la maggior parte dei tuoi contatti.
- Cosa ottieni in cambio: i modelli non usano i tuoi contenuti per addestrarsi. Solo che i tuoi contenuti sono già quasi tutti dentro i dataset esistenti, e in ogni caso — l’ho scritto analizzando da dove prendono le informazioni le AI — l’83% di quello che un’AI dice sulla tua azienda non arriva dal tuo sito. Arriva da recensioni, forum, articoli di settore. Bloccare il tuo dominio non chiude quella porta: chiude solo la tua.
Un lato del piatto pesa un fatturato. L’altro pesa un principio. Per un editore il principio ha un valore economico misurabile. Per la maggior parte delle PMI italiane, no.
Detto questo, il trade-off onesto esiste e va nominato. Se il tuo asset è il contenuto — sei un editore verticale, hai un database proprietario, vendi corsi o ricerche — bloccare il Training ha senso eccome. Ma allora la mossa giusta è bloccare solo il Training con le nuove opzioni granulari, e fare opt-out dalla regola sui crawler misti. Non spegnere l’interruttore generale e sperare.
Cosa fare: il controllo in 20 minuti
Niente di costoso. Serve ordine, non budget. In ordine di priorità:
- Scopri se sei su Cloudflare. Il modo più veloce: apri gli strumenti sviluppatore del browser sul tuo sito, scheda Network, guarda gli header della risposta. Se compare
server: cloudflare, ci sei dentro. In alternativa, chiedi a chi ti gestisce l’hosting. - Apri il pannello Cloudflare e vai in Security → Settings → Bots. Guarda lo stato delle tre nuove categorie (Search, Agent, Training) e se è attivo il vecchio “Block AI bots”.
- Decidi con la testa, non con la pancia. Per il 90% delle PMI la configurazione sensata è: Search consentito, Training bloccato solo se il contenuto è il tuo prodotto, e opt-out esplicito dalla regola sui crawler misti così Googlebot non viene toccato. Farlo prima del 15 settembre.
- Verifica che Googlebot passi davvero. In Google Search Console usa “Controllo URL” su una pagina chiave e chiedi il test in tempo reale. Se ti torna un errore di accesso, hai già il problema. Controlla anche che la sitemap sia leggibile: è esattamente il punto dove il caso segnalato si è rotto.
- Guarda il robots.txt. Se hai attivato il “managed robots.txt” di Cloudflare, il servizio ci antepone le sue direttive alle tue. Apri
tuosito.it/robots.txte leggi cosa c’è scritto davvero oggi, non cosa ricordi di aver scritto tu. Da luglio ci trovi anche il nuovo segnaleuse=reference. - Metti un promemoria al 16 settembre. Ricontrolla indicizzazione e impression in Search Console nei sette giorni successivi. Un calo secco che parte esattamente da quella data ha un solo colpevole.
- Scrivi la decisione da qualche parte. Una riga in un documento condiviso: chi ha deciso cosa, quando, perché. È così che si evita di ritrovarsi tra due anni con un toggle acceso che nessuno ricorda di aver toccato.
Cosa cambia per la SEO e per la GEO
Fino a un anno fa la SEO tecnica e la difesa dei contenuti erano due discorsi separati. Questa notizia li salda, e vale la pena capire perché.
Sul lato SEO il rischio è diretto e brutale: crawler bloccato significa pagine non scansionate, sitemap non leggibile, indice che si svuota lentamente. Non è una penalizzazione — è peggio, perché una penalizzazione la vedi. Questa la vedi solo guardando la curva delle impression, e di solito la guardi tardi.
Sul lato GEO — cioè la visibilità dentro le risposte generative, AI Overview, AI Mode, ChatGPT — la conseguenza è ancora più netta. Le AI Overview di Google si costruiscono su contenuti indicizzati. Se esci dall’indice, esci anche dalle risposte AI di Google. Bloccando il Training per proteggerti dall’AI ottieni il risultato opposto: sparisci proprio dal canale che volevi presidiare.
C’è poi la parte nuova e interessante dell’annuncio, quella che nessuno ha commentato: Cloudflare sta introducendo il concetto di content use, cioè cosa un bot può fare con i tuoi contenuti dopo averli letti. Tre livelli: immediate (interagisce ma non conserva niente), reference (indicizza, cita ed estrae un pezzo con link di ritorno), full (riassume e riproduce). Il default è reference.
Fermati un attimo su quel livello intermedio, perché è esattamente la posizione che consiglio a una PMI: usami come fonte, citami, rimandami il link. Non è un compromesso al ribasso. È la definizione tecnica di quello che vuoi ottenere con il lavoro di GEO. Cloudflare lo sta trasformando in un segnale dichiarabile nel robots.txt, e i bot che lo violano perdono lo stato di “Verified” — quindi smettono di essere ammessi.
Il che porta al principio che ripeto da mesi: la visibilità nelle AI non si compra, si guadagna essendo leggibili. Un sito che gli agenti non riescono a leggere è invisibile anche quando è tecnicamente perfetto — è il problema che ho documentato scrivendo di agenti AI che si bloccano sui prezzi. Un sito che i crawler non possono nemmeno raggiungere è invisibile e basta.
Domande frequenti
Come faccio a sapere se il mio sito blocca i bot AI su Cloudflare?
Entra nel pannello Cloudflare, sezione Security → Settings → Bots. Lì vedi se sono attive le opzioni per Search, Agent e Training e se è ancora acceso il vecchio “Block AI bots”. Se il pannello lo gestisce la tua agenzia, chiedi uno screenshot di quella schermata: è una richiesta di trenta secondi. Controlla in parallelo il file tuosito.it/robots.txt, che è pubblico e non richiede accessi.
Se blocco i crawler AI, ChatGPT smette di parlare della mia azienda?
No, e questo è l’equivoco più diffuso. Blocchi l’accesso al tuo dominio, non l’esistenza delle informazioni su di te. Le AI continuano a leggere recensioni, directory, articoli, forum e schede di terze parti. Blocchi la fonte che controlli e lasci aperte tutte quelle che non controlli: è il peggior scambio possibile.
Il blocco vale anche per il piano gratuito di Cloudflare?
Sì. Le nuove opzioni di gestione del traffico AI sono disponibili a tutti i clienti, incluso il piano Free, e le modifiche ai default riguardano nuovi clienti, nuovi siti creati da clienti esistenti e tutti i clienti Free esistenti. Se sei su un piano gratuito, sei tra i più esposti.
Cosa succede se non faccio niente entro il 15 settembre?
Se non hai mai attivato nessun blocco AI, in linea di principio non cambia nulla per il tuo dominio esistente. Se invece hai attivo il blocco Training — nuovo o legacy — dal 15 settembre i crawler misti come Googlebot verranno bloccati secondo la regola più restrittiva. Cloudflare dichiara che avviserà i clienti prima della data, ma le notifiche via email arrivano all’indirizzo dell’account, che spesso è quello dell’agenzia e non il tuo.
C’è un modo di bloccare l’addestramento senza perdere Google?
Sì, ed è la configurazione che consiglio a chi ha un motivo reale per proteggere il contenuto: blocca la categoria Training con le nuove opzioni granulari e fai opt-out esplicito dalla regola sui crawler misti nelle impostazioni Security. Aggiungi nel robots.txt il segnale Content-Signal: search=yes,ai-train=no,use=reference. Non è un blocco tecnico — i segnali nel robots.txt esprimono una preferenza, non impongono un divieto — ma è la dichiarazione formale della tua posizione, ed è quella che gli operatori seri rispettano.
Cosa significa per le aziende italiane
Il tessuto delle PMI italiane ha una caratteristica che qui pesa più della tecnologia: quasi nessuno gestisce direttamente la propria infrastruttura web. Il sito l’ha fatto un’agenzia sei anni fa, il DNS lo tiene qualcun altro, il pannello Cloudflare l’ha configurato uno sviluppatore che non lavora più con te. Questa notizia non richiede competenze tecniche per essere gestita: richiede che qualcuno vada a guardare. È l’unica cosa che manca quasi sempre.
La seconda implicazione riguarda le priorità. Ho visto imprenditori spendere migliaia di euro in consulenze sulla “visibilità nelle AI” mentre sul loro dominio girava una configurazione che, tra sei settimane, li avrebbe tolti dall’indice di Google. Prima si controlla che le porte siano aperte, poi si lavora sui contenuti. Non esiste GEO senza accessibilità di base: se il crawler non entra, non c’è contenuto che tenga.
La terza è la più importante, ed è una scelta di posizionamento. In Italia si è diffusa una narrazione difensiva — “l’AI ci ruba il lavoro, blindiamo tutto”. Per un editore ha una sua logica economica. Per un’azienda che vende prodotti o servizi è quasi sempre un autogol, perché confonde il contenuto con l’asset. Il tuo asset è il rapporto con il cliente e la capacità di consegnare. Il contenuto è il ponte che ce lo porta. Bruciare il ponte per paura che qualcuno lo attraversi gratis è una mossa che sembra prudente e non lo è.
La quarta, e la dico perché è il rovescio positivo: questo è un campo dove una PMI ordinata batte un’azienda grande disordinata. Una configurazione corretta costa venti minuti a chiunque abbia accesso al pannello. Non c’è budget che compri quel vantaggio: c’è solo qualcuno che apre la schermata e guarda. Se lo fai prima del 15 settembre, mentre metà dei tuoi concorrenti scopre il problema a ottobre guardando un calo di traffico che non si spiega, il vantaggio te lo prendi gratis.
Il calendario è semplice: hai poco più di cinque settimane. Segnati la data, apri il pannello, decidi consapevolmente. È una delle poche cose in questo mestiere che si risolvono in un pomeriggio.

