«La scheda su Google ce l’ho da anni. Ci sono le foto, gli orari, il telefono. Solo che non mi chiama nessuno.»
Me lo ha detto un ferramenta a marzo, e poi con parole quasi identiche un fisioterapista e una gelateria. In tutti e tre i casi la scheda esisteva ed era pure verificata: era stata compilata come si compila un modulo, riempiendo i campi obbligatori e fermandosi lì. Qui metto in fila che cos’è la scheda Google di un’attività, in che ordine la sistemo, cosa non funziona anche se te lo raccontano in molti, e quanto costa ogni pezzo sul mio catalogo pubblico.
Prima cosa: la scheda non è il tuo sito
Google Business Profile — quello che quasi tutti chiamano ancora Google My Business — è la scheda che compare di lato nella ricerca e dentro Maps. Non è un sito e non è pubblicità: è una voce in una banca dati di Google, che tu compili e che Google decide se mostrare. Da qui due conseguenze pratiche. La prima: quella scheda non è tua nel senso in cui è tuo il dominio, può essere sospesa o rivendicata da qualcun altro, e quel giorno non hai un backup da ripristinare. La seconda: non sostituisce il sito. In uno studio su 14.472 citazioni, il 60% delle citazioni di Gemini nella ricerca locale punta al sito dell’azienda, non alle directory e non alla scheda.
L’ordine in cui la sistemo
1. La proprietà, prima di ogni altra cosa
Prima di toccare un campo verifico chi controlla la scheda. Capita spesso che l’accesso sia rimasto all’agenzia precedente o al nipote che l’aveva aperta nel 2019, o che esistano due schede duplicate per la stessa sede che si rubano le visualizzazioni. Finché non c’è un accesso da proprietario intestato all’azienda, tutto il resto è costruito su qualcosa che non controlli. Se la scheda è sospesa si parte da qui: il reclamo va aperto dopo aver sistemato la causa, che quasi sempre è il nome gonfiato o un indirizzo che non corrisponde a una sede reale.
2. La categoria principale, che è il campo che pesa di più
È il campo che quasi tutti compilano in fretta e che muove i risultati più di ogni altro. Whitespark ha analizzato 1,8 milioni di schede su 4.209 categorie e i numeri, che ho commentato in questo articolo, dicono due cose: la categoria specifica vale il 36% di presenza in più nella top 10 locale rispetto a quella generica, e una scheda completa triplica le probabilità di comparire. Se vendi e ripari biciclette, «negozio di biciclette» e «officina di riparazione biciclette» non sono la stessa cosa, e la scelta decide per quali ricerche esisti. Le categorie secondarie non compensano una principale sbagliata.
3. Nome, indirizzo e telefono identici ovunque
Il nome va scritto com’è sull’insegna e sulla visura, senza aggiunte. L’indirizzo dev’essere lo stesso, carattere per carattere, su sito, scheda, pagine social e portali di categoria in cui sei finito negli anni. Il telefono dev’essere un numero che squilla dove stanno le persone. È un lavoro noioso e senza gloria, ed è quello che sblocca più schede ferme da mesi.
4. Servizi, prodotti e foto: riempire davvero
È la voce «scheda completa triplica le probabilità» dello studio di prima. Vuol dire elencare i servizi uno per uno con la descrizione, caricare i prodotti se hai un catalogo, mettere gli orari veri comprese le chiusure straordinarie, indicare l’area servita se lavori a domicilio, usare foto recenti. Le domande e risposte pubbliche le scrivo io per prime: se non lo fai tu, quello spazio lo riempie chi passa di lì.
5. Le recensioni, con un processo, non a ondate
Le recensioni contano per il posizionamento locale e per chi legge, ma il modo in cui arrivano conta qua.to il numero: venti recensioni in tre giorni dopo due anni di silenzio sono un segnale anomalo. Imposto un meccanismo che le chiede sempre allo stesso punto del rapporto — alla consegna, alla chiusura dell’intervento, dopo il secondo acquisto — e l’abitudine di rispondere a tutte, comprese le negative, entro pochi giorni. La raccolta recensioni Google costa 190 euro, la gestione delle recensioni altri 190.
6. Il sito che parla della zona
È il passaggio che quasi nessuno fa e che spiega perché due concorrenti con schede identiche ottengono risultati diversi. Se il sito ha una sola pagina «Contatti» con la mappa e nient’altro, Google non ha materiale per capire dove lavori e per che cosa. Servono pagine che raccontino il servizio nella zona, con indirizzo, orari e mappa integrata nel sito (190 euro).
7. Misurare, sapendo che il metro si è mosso
Le statistiche della scheda vanno guardate ogni mese, con una cautela che l’anno scorso non serviva: i dati del secondo trimestre 2026 raccolti da GMBapi, di cui ho scritto qui, mostrano un calo generalizzato di chiamate e clic al sito dalle schede, indipendente dal singolo posizionamento. Se confronti oggi con un anno fa senza saperlo, concludi che il lavoro non ha funzionato quando invece è cambiato il modo in cui le persone usano Google.
Cosa non funziona
Il nome farcito di parole chiave («Mario Rossi Idraulico Pronto Intervento Caldaie Milano») regge finché non arriva la segnalazione di un concorrente, e a quel punto è scheda sospesa e settimane per riaverla. Le recensioni comprate vengono rimosse a blocchi, portandosi via anche quelle vere che stavano vicine. Le sedi aperte dove non c’è nessuno sono il modo più rapido per perdere tutte le schede dell’account, non solo quella. I post settimanali pubblicati per riempire il calendario non spostano niente da soli. E chi promette il primo posto su Maps promette una cosa che non dipende da lui: la ricerca locale è personalizzata sulla distanza di chi cerca.
Quanto costa, sul mio catalogo
Sono i prezzi pubblici delle schede. L’ottimizzazione della scheda Google e di Maps costa 190 euro ed è il punto di partenza: proprietà, categorie, campi, foto, domande e risposte. Il progetto di Local SEO completo, con le pagine di zona sul sito e le citazioni sui portali, costa 490 euro; per ristoranti 390 e per strutture ricettive 190. Se i concorrenti sono più forti e non si capisce perché, l’analisi competitor costa 390 euro; se manca autorevolezza al dominio, digital PR e guest post 390 e la link building 690. L’elenco completo è nella categoria Local & Autorità.
Il pezzo che si è aggiunto quest’anno
Alla ricerca locale classica si è affiancata quella dentro gli assistenti: Gemini nelle Mappe, le risposte generative, gli assistenti che consigliano un posto senza mostrare dieci link. I dati citati sopra dicono che lì il sito dell’azienda pesa più delle directory: il lavoro non cambia di natura, cambia di destinatario. L’ottimizzazione per Ask Maps e Gemini nel profilo Google costa 590 euro, come la visibilità su Google AI Overview. Prima però va fatto l’ordinario: una scheda con la categoria sbagliata non la cita nessuna intelligenza artificiale.
Domande frequenti
Cos’è la scheda Google My Business?
È la scheda gratuita che Google mostra nella ricerca e in Maps con nome, indirizzo, orari, telefono, foto e recensioni di un’attività. Oggi si chiama Profilo dell’attività su Google, ma il nome vecchio è rimasto nell’uso comune. Si gestisce dalla ricerca di Google o da Maps, con l’account che ne ha la proprietà.
Quanto costa Google My Business?
La scheda è gratuita: creare, verificare e aggiornare il profilo non ha costi. Si paga il lavoro di configurazione e mantenimento. Sul mio catalogo l’ottimizzazione della scheda costa 190 euro, un progetto di Local SEO completo 490 euro, raccolta e gestione delle recensioni 190 euro ciascuna.
Come si crea o si rivendica una scheda?
Si cerca l’attività su Google Maps: se esiste già si usa la voce di rivendicazione e si completa la verifica, che oggi avviene quasi sempre con un video girato in sede. Se non esiste, si crea da zero con lo stesso percorso. Se la controlla qualcun altro, Google inoltra la richiesta al proprietario attuale e, senza risposta entro alcuni giorni, apre il trasferimento.
Perché la scheda è sospesa e come si recupera?
Le cause più frequenti sono il nome con parole chiave aggiunte, un indirizzo che non corrisponde a una sede raggiungibile dai clienti, categorie incoerenti o modifiche massive fatte tutte insieme. Si recupera sistemando la causa prima di aprire il reclamo, con le prove che l’attività esiste a quell’indirizzo: visura, foto dell’insegna, bollette, contratto d’affitto.
