Le fonti preferite di Google sono siti che un utente sceglie a mano per vederli più spesso nei risultati. Chi ti seleziona come fonte preferita rende più probabile che i tuoi contenuti compaiano nella sezione «Notizie principali», con un badge «preferita» accanto al nome. In AI Mode e nelle AI Overview succede la stessa cosa. Google ha appena comunicato che le fonti uniche selezionate hanno superato quota 600.000, contro le 345.000 di maggio. La funzione è attiva a livello globale, in tutte le lingue supportate dalla Ricerca — Italia compresa. E per una volta la leva non è in mano a un algoritmo: è in mano ai tuoi lettori.

Scrivo questo pezzo perché in Italia quasi nessuno la sta usando, e il motivo è quasi comico: Google ha preparato gli asset grafici del pulsante in sedici lingue, e l’italiano non c’è. Quindi chi cerca il bottone pronto non lo trova, conclude che «da noi non è attivo», e chiude la scheda. La funzione invece funziona. Serve solo farsi il pulsante da soli. Ci vogliono dieci minuti.

In questa guida

Cosa sono esattamente le fonti preferite di Google

Partiamo dalla cosa concreta. Dentro la Ricerca Google esiste uno strumento chiamato «Preferenze fonti». L’utente ci entra, cerca il nome di un sito, lo seleziona. Da quel momento Google sa che quella persona vuole vedere quel sito più spesso.

Non è un abbonamento, non è un feed a parte, non c’è una newsletter di mezzo. È una preferenza salvata nell’account Google della persona, che influenza cosa quella persona vede nella Ricerca.

La documentazione ufficiale di Google — che esiste anche in italiano, ed è la fonte che uso in questo articolo — lo dice così: quando un utente seleziona il tuo sito come fonte preferita, «è più probabile che i tuoi contenuti vengano visualizzati nella sezione Notizie principali, evidenziati con un badge preferita».

Poi aggiunge la parte che riguarda l’AI: «In AI Mode e AI Overview, i tuoi contenuti possono essere evidenziati con un badge preferita per gli utenti che hanno selezionato il tuo sito come fonte preferita».

Tenete a mente queste due frasi, perché sono la cosa più vicina a una promessa che Google faccia su questa funzione. Non dice «ti posizioniamo primo». Dice «è più probabile». È un pollice sulla bilancia, non un interruttore.

I numeri: da 345.000 a 600.000 in tre mesi

Il 20 agosto 2026 Google ha pubblicato un aggiornamento sulla personalizzazione di Ricerca, Discover e Google News. Dentro quell’annuncio c’è il dato che mi interessa: oltre 600.000 fonti uniche sono state selezionate come fonti preferite finora, contro le oltre 345.000 di maggio.

Fate il conto: +74% in circa tre mesi. In un ecosistema dove i numeri sulla visibilità AI sono quasi tutti stime di terze parti, questo è un dato che Google dichiara su se stesso.

Ora il rovescio della medaglia, perché serve onestà. 600.000 fonti selezionate significa «600.000 domini distinti che almeno una persona al mondo ha scelto». Non significa 600.000 siti con un pubblico fedele. Significa che la funzione è entrata nell’uso reale e sta crescendo in fretta, non che sia già un canale di traffico maturo.

Il punto strategico però resta, e lo trovo più importante del numero: Google ha appena passato tre mesi a costruire strumenti per far sì che un lettore possa dichiarare formalmente «voglio vedere questo sito». Nessuna azienda spende quel tempo su una funzione che intende chiudere.

Dove compaiono davvero: Notizie principali, AI Overview, AI Mode

La documentazione è precisa su un aspetto che quasi tutti sbagliano, e vale la pena leggerla con attenzione.

Notizie principali (Top Stories). Qui la funzione è disponibile «a livello globale, in tutte le lingue supportate dalla Ricerca Google». Tradotto: in Italia funziona. Non è un test americano. Non è «in arrivo». È attiva.

AI Mode e AI Overview. Qui la formula è diversa: le fonti preferite «possono essere visualizzate anche in AI Mode e AI Overview in tutte le lingue e tutti i paesi in cui sono disponibili queste funzionalità». Cioè: dove c’è AI Mode, ci sono anche le fonti preferite. Dove AI Mode non è ancora arrivato, arriveranno insieme.

La differenza tra i due passaggi è quella tra un impegno e una possibilità. Su Notizie principali Google dice che è più probabile che tu compaia. Su AI Mode dice che il tuo contenuto «può essere evidenziato con un badge». Non lo stesso peso. Chi vi vende una consulenza promettendovi il primo posto nelle risposte AI grazie alle fonti preferite sta andando oltre quello che Google scrive.

Il pezzo nuovo del 25 agosto: i caroselli di link dentro AI Mode

Qui la storia diventa più interessante, perché nelle ultime ore si è aggiunto un tassello.

Il 25 agosto 2026 Robby Stein, VP of Product della Ricerca Google, ha annunciato che i caroselli di link per i temi in evoluzione sono ora attivi anche in AI Mode — erano già presenti nelle AI Overview. Nella pratica: quando fai una domanda su un argomento di attualità, dentro la risposta generata dall’AI compare una fila orizzontale di schede-articolo, ognuna con immagine, titolo, testata e data di pubblicazione.

Il collegamento con le fonti preferite è esplicito nella comunicazione di Google di maggio: dentro quel carosello le fonti preferite dell’utente possono essere messe in evidenza.

Mettete insieme i due fatti e capite perché ne scrivo oggi:

  • dentro AI Mode è appena comparso un formato con link grandi, visibili e cliccabili — molto più delle citazioni minuscole attaccate al testo generato;
  • una delle leve per finire in quel formato è che l’utente ti abbia scelto come fonte preferita;
  • quella leva l’utente la attiva con due clic, e non scade.

Per un anno abbiamo raccontato che l’AI mangia i clic. È vero, i dati sul traffico da AI Overview lo confermano. Ma qui Google sta facendo il movimento opposto: sta rimettendo link visibili dentro la risposta. E sta dicendo a chi pubblica quali sono i modi per entrarci.

Chi è idoneo e chi no (il dettaglio del sottodominio)

C’è un requisito tecnico che manda fuori strada parecchie aziende, e la documentazione lo scrive nero su bianco.

Sono idonei solo i siti a livello di dominio e di sottodominio. Gli esempi di Google: https://www.example.com/ è idoneo, https://code.example.com/ è idoneo, ma https://www.example.com/blog non lo è.

Se questa frase vi sembra un dettaglio, guardate come è fatto il vostro sito. In Italia una quantità enorme di PMI ha il blog aziendale in una sottodirectory — /blog/, /news/, /magazine/. In quel caso non c’è nessun problema: la fonte preferita è il dominio intero, non la sottodirectory. Chi vi selezionerà, selezionerà l’azienda.

Il problema vero ce l’ha chi ha fatto la scelta opposta: chi ha messo i contenuti su un dominio di terze parti — una piattaforma di publishing, un portale di settore, una pagina Facebook. Lì non state costruendo niente di vostro. È lo stesso ragionamento che ho fatto quando Reddit ha perso l’86% delle citazioni su ChatGPT in quattro giorni: se la visibilità sta su un dominio che non controllate, non è vostra, è in affitto.

Prima di qualsiasi altra cosa, fate la verifica che Google stessa suggerisce: aprite lo strumento Preferenze fonti e cercate il vostro sito nella casella di ricerca. Se compare, siete idonei. Se non compare, nessun pulsante servirà a niente e il lavoro da fare è un altro.

Come farsi scegliere: i due metodi ufficiali

Google elenca due metodi. Li riporto esattamente come stanno nella documentazione, perché in giro si leggono versioni fantasiose.

1. Il deep link

Esiste un URL che porta l’utente direttamente al vostro sito già caricato dentro lo strumento Preferenze fonti. Il formato è questo:

https://google.com/preferences/source?q=IL_TUO_DOMINIO

Per un sito https://example.com, il link diventa https://google.com/preferences/source?q=example.com.

Google suggerisce di metterlo nei post e nelle promozioni. Io lo metterei in tre posti in più: in fondo alla newsletter, nella firma email aziendale, e nella pagina «grazie» dopo un form compilato. Sono i tre momenti in cui una persona vi ha appena dato attenzione volontaria.

2. Il pulsante sul sito

La documentazione dice di aggiungere un pulsante «insieme alle altre CTA social» — cioè lì dove già mettete le icone di Facebook, LinkedIn e Instagram. E precisa: «Puoi utilizzare il tuo design o scaricare gli asset pulsante forniti da Google per alcune lingue».

Le parole da pesare sono «per alcune lingue». Ci arrivo subito.

Una cosa importante, e Google la mette in un riquadro dedicato: questi metodi non sono obbligatori. Il sito può comparire come fonte preferita anche se non fate nulla. Servono ad aiutare le persone a trovarvi, non a rendervi idonei.

Il pulsante in italiano non esiste: come fartelo

Ecco il dettaglio che rende questa cosa un’opportunità concreta e non l’ennesima notizia da leggere e dimenticare.

Google mette a disposizione gli asset grafici del pulsante in sedici lingue: danese, inglese, estone, finlandese, francese, tedesco, ebraico, hindi, giapponese, coreano, portoghese brasiliano, russo, spagnolo, svedese, turco, ucraino.

L’italiano non c’è.

La conseguenza pratica la vedo da settimane nei siti che analizzo: nessuna azienda italiana ha il pulsante. Non perché la funzione non sia disponibile — su Notizie principali è globale, in tutte le lingue supportate — ma perché chi è arrivato alla pagina di download non ha trovato la sua lingua e ha smesso di leggere.

La soluzione è banale, e la documentazione la autorizza esplicitamente: «Puoi utilizzare il tuo design». Quindi:

  • prendete il vostro pulsante social standard;
  • scriveteci sopra qualcosa come «Seguici su Google» oppure «Aggiungi Dalpralab alle tue fonti preferite»;
  • puntatelo al deep link con il vostro dominio;
  • mettetelo dove state già chiedendo un follow.

Attenzione a una cosa, e questa è esperienza diretta con i clienti: non scrivete «abbonati» o «iscriviti». Non c’è nessuna iscrizione, non lasciano nessun dato, e chi clicca aspettandosi un form si sente preso in giro. La formula che funziona è quella onesta: «vedi i nostri articoli più spesso su Google».

Perché conta più di quanto sembri: l’unica leva che nessuno può toglierti

Adesso la tesi, e qui parlo per esperienza, non per documentazione.

Negli ultimi due anni ho visto succedere sempre la stessa cosa. Un’azienda costruisce visibilità su una leva, quella leva viene ritarata da qualcuno che sta altrove, e il lavoro evapora in una notte. È successo con gli aggiornamenti core. È successo a Reddit su ChatGPT ad agosto. Succede ogni volta che una piattaforma cambia idea.

Le fonti preferite sono strutturalmente diverse, e la differenza è tutta in chi tiene la mano sull’interruttore.

Leva Chi decide Quanto dura
Posizione organica L’algoritmo di Google Fino al prossimo update
Citazione in AI Overview Il modello, query per query Può cambiare a ogni ricerca
Backlink Chi vi linka Finché non toglie il link
Fonte preferita Il vostro lettore Finché non la revoca lui

È l’equivalente dentro la Ricerca di un’iscrizione alla newsletter: un asset che si accumula, che nessun concorrente può copiare e che nessun aggiornamento algoritmico azzera. Non è tanto un trucco SEO quanto un pezzo di relazione con il pubblico che per la prima volta ha un effetto misurabile dentro Google.

E questo lo rende interessante anche per chi non fa il publisher. Se avete un blog aziendale che pubblica con regolarità — un e-commerce che scrive di prodotto, uno studio professionale che commenta le novità normative, un’azienda che racconta il proprio settore — avete già l’unica cosa che serve: qualcuno che vi legge. Manca solo che glielo chiediate.

Come ci siamo arrivati: la timeline

Ricostruire la sequenza aiuta a capire se questa è una funzione in cui Google sta investendo davvero o un esperimento destinato a chiudere. Nel dubbio, guardo sempre quante volte ci sono tornati sopra.

  • Maggio 2026 — Google introduce le fonti preferite e annuncia che, per i temi in evoluzione, mostrerà un carosello prominente di articoli tempestivi in cui possono essere evidenziate anche le fonti preferite dell’utente. Fonti selezionate dichiarate: oltre 345.000.
  • Luglio 2026 — le Notizie principali arrivano dentro le AI Overview. Ne ho scritto quando è successo, in Top Stories nelle AI Overview: era il primo segnale che l’attualità aveva diritto di stare dentro una risposta generata.
  • 20 agosto 2026 — Google pubblica un aggiornamento su personalizzazione di Ricerca, Discover e News. Dichiara oltre 600.000 fonti selezionate e mette a disposizione un pulsante interattivo che, dopo la conferma, riporta il lettore esattamente dove aveva lasciato sulla pagina — invece di abbandonarlo dentro le preferenze di Google.
  • 25 agosto 2026 — Robby Stein conferma che i caroselli di link per i temi in evoluzione sono attivi anche in AI Mode.

Quattro interventi in quattro mesi, con numeri pubblici in crescita e documentazione aggiornata. Non è il profilo di una funzione che sta per essere spenta.

Un dettaglio operativo per chi era già avanti: se avete aggiunto il vecchio badge introdotto all’inizio dell’anno, verificate se il nuovo pulsante lo sostituisce da solo o se serve reincorporare il codice. La differenza non è estetica. Il badge vecchio spediva il lettore nello strumento preferenze di Google e lo lasciava lì; il nuovo lo riporta sulla vostra pagina. Su un blog che pubblica ogni settimana, quella differenza si misura in sessioni non perse.

Un esempio concreto: come lo sto usando io

Faccio un esempio con il mio sito, così è chiaro cosa intendo quando dico «dieci minuti».

Dalpralab pubblica un articolo di analisi al giorno su SEO, GEO e ricerca AI. È esattamente il profilo su cui questa funzione rende: contenuti tempestivi, un tema riconoscibile, lettori che tornano. La sequenza che ho seguito è questa.

Ho aperto lo strumento Preferenze fonti e cercato il dominio: c’è. Ho costruito il deep link con il formato ufficiale. Ho fatto un pulsante nero e oro nello stile del sito, con scritto «Vedi Dalpralab più spesso su Google» — niente «iscriviti», niente «abbonati», perché non è né l’una né l’altra cosa. L’ho messo in fondo agli articoli del blog, dove chi è arrivato in fondo ha già dimostrato di volermi leggere.

Cosa mi aspetto, onestamente: non un salto di traffico. Mi aspetto che una parte dei lettori abituali dichiari a Google che vuole vedermi, e che quella dichiarazione lavori per me nei mesi in cui l’algoritmo si muoverà. È un investimento a scadenza lunga, con un costo di ingresso vicino a zero. Sono i miei preferiti.

Il ragionamento vale identico per un’azienda che non fa il mio mestiere. Un e-commerce di olio extravergine che pubblica ogni settimana sulla raccolta, sui prezzi di mercato, sulle certificazioni, ha lo stesso identico profilo: contenuti freschi, tema chiaro, pubblico che torna. È il tipo di cliente con cui ho lavorato per portare un fatturato da 400.000 a 4,8 milioni di euro, e la parte che ha fatto la differenza non è mai stata un trucco tecnico: è stata la costanza nel pubblicare cose che solo quell’azienda poteva scrivere. Le fonti preferite sono il modo per capitalizzare quella costanza dentro Google.

Cosa fare questa settimana: 7 mosse

  1. Verificate l’idoneità. Aprite lo strumento Preferenze fonti di Google, cercate il vostro dominio. Se compare, avete via libera. Cinque minuti.
  2. Costruite il vostro deep link. https://google.com/preferences/source?q=vostrodominio.it. Provatelo dal telefono, in navigazione normale e in incognito: deve aprire lo strumento con il vostro sito già in evidenza.
  3. Fatevi il pulsante in italiano. Stesso stile delle icone social che avete già. Testo chiaro, senza promesse. Dieci minuti di grafica.
  4. Mettetelo in quattro punti, non in venti. Fondo articolo del blog, footer, pagina «grazie» dopo il form, chiusura della newsletter. Sono i momenti di attenzione volontaria.
  5. Chiedetelo esplicitamente una volta. Un post, una email, un messaggio. Una volta sola, spiegando cosa succede e cosa non succede. Chi vi legge da anni lo fa in dieci secondi.
  6. Controllate di essere in Notizie principali per il vostro tema. Le fonti preferite pesano soprattutto lì. Se il vostro sito non produce contenuti tempestivi, questa leva vi rende molto meno: vedete il punto successivo.
  7. Segnate la data. Rimettete mano al pulsante fra tre mesi e guardate se nel frattempo Google ha pubblicato l’asset italiano e se ha cambiato la documentazione. Questa funzione si sta muovendo in fretta.

A chi non serve (trade-off onesti)

Non vi vendo la mossa universale. Ci sono casi in cui questa cosa vale poco, ed è giusto dirlo prima che dopo.

Se non pubblicate con continuità, lasciate perdere. Le fonti preferite pesano soprattutto su Notizie principali, cioè su contenuti tempestivi. Un sito vetrina con cinque pagine e nessun blog non ha materiale che possa comparire lì. Il pulsante resterebbe un’icona in più nel footer.

Se non avete un pubblico che torna, il ritorno è piccolo. Questa leva converte lettori esistenti in visibilità futura. Se non ci sono lettori esistenti, non c’è niente da convertire, e il problema da risolvere sta molto più a monte.

Se cercate traffico immediato, cercate altrove. Nessuna delle mie aziende ha visto un salto di traffico attribuibile alle fonti preferite. È un asset che si accumula lentamente, come una lista email. Chi vi promette risultati in due settimane su questa leva sta improvvisando.

Non è un fattore di ranking generale. Selezionare il vostro sito non vi fa salire nei risultati classici per tutti. Agisce sull’esperienza di chi vi ha scelto, non su quella di tutti gli altri.

Cosa cambia per SEO e GEO

Il punto dove questa novità si incastra con il resto merita una riflessione, perché tocca il centro del dibattito di questi mesi sulla differenza tra SEO e GEO.

Sul piano SEO classico non cambia nulla di strutturale: non c’è markup da aggiungere, non c’è un file da caricare, non c’è un campo in Search Console. C’è un link e un’immagine. È lavoro di prodotto e di relazione, non di ottimizzazione tecnica.

Sul piano GEO invece cambia qualcosa di concettuale. Fino a ieri la domanda era: «come faccio a convincere il modello a citarmi?». La risposta era sempre indiretta — scrivi meglio, struttura i paragrafi, aggiungi dati verificabili, fatti nominare altrove. Sono le leve che ho descritto in come misurare la visibilità nelle AI, e restano quelle che portano il grosso del risultato.

Le fonti preferite aggiungono un secondo binario: non convinci il modello, convinci la persona, e la persona istruisce il sistema. È il primo caso in cui la fiducia del pubblico entra nel motore per via diretta, dichiarata, senza passare da metriche di autorevolezza.

Non sostituisce niente. Ma per chi ha già un pubblico e sta perdendo clic per colpa delle risposte generate, è la prima difesa che non dipende da un algoritmo.

Domande frequenti

Le fonti preferite di Google sono attive in Italia?

Sì. La documentazione ufficiale di Google indica che la funzionalità è disponibile a livello globale per «Notizie principali» in tutte le lingue supportate dalla Ricerca Google, quindi anche in italiano. In AI Mode e nelle AI Overview le fonti preferite compaiono in tutte le lingue e i paesi in cui quelle funzionalità sono disponibili. Quello che manca in italiano è solo l’asset grafico scaricabile del pulsante, che potete realizzare voi: Google autorizza esplicitamente l’uso di un design proprio.

Come faccio a sapere se il mio sito è idoneo?

Aprite lo strumento Preferenze fonti di Google e cercate il vostro sito nella casella di ricerca. Se compare, gli utenti possono selezionarlo. Ricordate che sono idonei solo i domini e i sottodomini: una sottodirectory come example.com/blog non può essere selezionata separatamente, ma il dominio principale sì.

Quante fonti preferite sono state selezionate finora?

Google ha comunicato il 20 agosto 2026 che oltre 600.000 fonti uniche sono state selezionate come fonti preferite, in crescita rispetto alle oltre 345.000 dichiarate a maggio 2026: circa il 74% in più in tre mesi.

Essere fonte preferita mi fa salire nei risultati di ricerca?

No, non nei risultati classici e non per tutti. L’effetto riguarda gli utenti che vi hanno scelto: per loro è più probabile che i vostri contenuti compaiano in «Notizie principali» e che vengano evidenziati con un badge «preferita», anche dentro AI Mode e AI Overview. È una personalizzazione, non un fattore di posizionamento generale.

Serve anche a un’azienda che non è una testata giornalistica?

Serve se pubblicate contenuti con continuità e avete un pubblico che torna: un blog aziendale, una rubrica di settore, aggiornamenti normativi o di prodotto. Non serve praticamente a nulla a un sito vetrina statico, perché la leva agisce soprattutto sui contenuti tempestivi.

Che differenza c’è tra il deep link e il pulsante?

Nessuna a livello di risultato: portano entrambi allo stesso strumento di Google con il vostro sito già in evidenza. Il deep link è un URL da incollare in email, post e firme; il pulsante è lo stesso link vestito da bottone e messo sul sito accanto alle altre icone social. Conviene usarli entrambi, in momenti diversi.

Cosa significa per le aziende italiane

Riduco tutto all’osso, perché è la parte che conta davvero.

Primo: la funzione è attiva da noi, e quasi nessuno la usa. Il motivo non è tecnico né normativo: è che Google non ha fatto il pulsante in italiano e la maggior parte delle aziende si è fermata lì. Questo è esattamente il tipo di vantaggio che dura poco. Chi lo mette adesso lo mette in un mercato vuoto, chi lo metterà fra sei mesi lo metterà quando ce l’hanno tutti.

Secondo: è una leva da chiedere, non da ottimizzare. Non richiede budget, agenzia o strumenti a pagamento. Richiede una cosa che moltissime PMI italiane non fanno mai: chiedere qualcosa a chi le segue già. Se avete duemila iscritti alla newsletter e cinquemila lettori mensili sul blog, avete tra le mani un patrimonio che non state usando.

Terzo: si cumula con la qualità, non la sostituisce. Un lettore vi sceglie come fonte preferita se gli avete dato qualcosa che vale. Nessun bottone salva contenuti che nessuno vuole rileggere. Vale lo stesso principio che vedo confermato da ogni analisi seria: la merce rara non è il contenuto, è la prova. Un numero vostro, un caso vostro, il nome e cognome di chi firma.

Quarto, e per me il più importante: è il primo pezzo di visibilità che nessun aggiornamento vi può togliere. Se domani Google ritara l’algoritmo o OpenAI cambia le fonti che pesca, chi vi ha scelto continua a vedervi. In un anno in cui abbiamo passato il tempo a spiegare ai clienti perché il traffico è sceso per motivi che non dipendono da loro, avere una leva in mano al pubblico e non alla macchina non è un dettaglio.

Se volete una mano a capire se il vostro sito è idoneo e dove ha senso mettere il pulsante nel vostro caso specifico, qui trovate chi sono e come lavoro.

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