Le impressioni AI che vedi in Search Console non dicono che qualcuno ti ha visto. Lo ha confermato John Mueller di Google in un intervento pubblico il 13 settembre 2026: il report generative AI conta un’impressione quando l’AI Overview viene servita nella pagina, anche se l’utente non è mai arrivato a scorrere fin lì. Nello stesso report, i link nascosti dietro “Mostra altro” non vengono contati finché qualcuno non li apre. E la posizione media non è la posizione del tuo link: è la posizione del blocco AI dentro la pagina. Tradotto: quel numero gonfia da una parte e sottostima dall’altra. Mueller ha ammesso che Google, per ora, non sa fare di meglio.

Sommario

Cosa ha detto Google, testualmente

Partiamo dai fatti, che sono pochi e precisi.

Il report sulle prestazioni nella ricerca generativa di Search Console è stato annunciato a giugno 2026. All’inizio è arrivato solo a una parte dei siti. Dal 31 agosto 2026 è disponibile per tutti. Mostra quante volte le tue pagine compaiono nelle superfici AI di Google: AI Overview e AI Mode.

A settembre un utente ha aperto una discussione pubblica sostenendo che quel report è costruito sui concetti dei dieci link blu — impressioni e posizione — e che applicati alle risposte generative quei concetti raccontano una cosa diversa da quella che sembrano raccontare.

John Mueller, Search Advocate di Google, ha risposto. E non ha smentito. Ha confermato.

La sua risposta, in sintesi, dice tre cose. La prima: sì, è così, e abbiamo provato a documentarlo il più chiaramente possibile nella pagina di aiuto, che nel frattempo è diventata enorme. La seconda: la posizione, per queste superfici, è difficile da calcolare in un modo che sia utile, quindi al momento la trattiamo come trattiamo molte altre funzionalità di ricerca, cioè come un blocco unico, e non è separata nel report generative AI. La terza, che è quella che pesa: le pagine dei risultati oggi hanno tante modalità di interazione, la vecchia logica “posizione 1-10” è difficile da mappare e da rendere utile per chi ha un sito — se avete idee su cosa sarebbe utile in termini di tracciamento della posizione, le ascolto volentieri.

Quest’ultima frase è la notizia vera. Google non sta dicendo “è complicato ma lo gestiamo noi”. Sta chiedendo suggerimenti. Significa che la soluzione non esiste, nemmeno dentro Google.

I tre problemi del report, uno per uno

Vale la pena separarli, perché vanno in direzioni opposte e questo è il motivo per cui il numero finale è così difficile da leggere.

1. L’impressione viene contata anche se nessuno ha visto il link

La regola standard di Search Console è che un’impressione si conta quando l’elemento è presente nella pagina di risultati che è stata servita, indipendentemente dal fatto che sia stata portata in vista con lo scroll. Vale per i dieci link blu. Vale anche per le AI Overview.

Quindi: se l’AI Overview è stata generata e il tuo link era dentro, è un’impressione. Anche se l’utente ha letto le prime due righe, ha trovato la risposta e ha chiuso. Anche se non è mai arrivato con l’occhio ai riferimenti in fondo al blocco.

Questo gonfia il numero. Di quanto, non lo sai, perché dipende da quanto è lunga la risposta generata e da dove sta il tuo link dentro di essa.

2. I link dietro “Mostra altro” non vengono contati

Qui la regola gira al contrario. Lo standard di Search Console esclude esplicitamente tutto ciò che l’utente deve cliccare per rivelare. E le AI Overview, quando la risposta è lunga, si presentano compresse con un pulsante di espansione.

Se il tuo link sta là sotto, non esiste finché qualcuno non apre. E quando qualcuno apre, quello è un utente che sta leggendo con attenzione — cioè, paradossalmente, il segmento più prezioso, quello che potrebbe davvero cliccare.

Questo sottostima il numero. Anche qui, di quanto non lo sai.

3. La posizione media è la posizione del blocco, non la tua

Questo è il punto che rende la metrica inservibile per il lavoro quotidiano.

Ogni link dentro un’AI Overview riceve la posizione dell’AI Overview stessa. Se il blocco AI occupa la prima posizione della pagina, tutti i link citati dentro quel blocco risultano in posizione 1. Il primo, il quinto, l’ultimo. Tutti uguali.

E in GEO la posizione dentro la citazione è esattamente ciò che conta. Essere la prima fonte citata, quella da cui il modello ha preso il paragrafo di apertura, non è la stessa cosa che essere il settimo riferimento in fondo. Sono due mondi diversi in termini di clic, di autorevolezza percepita, di probabilità di essere ricordati come brand. Search Console li appiattisce sullo stesso valore.

Il mio caso: +182% di impressioni, clic fermi

Non parlo per teoria. Ho i dati del mio sito sotto mano e raccontano esattamente questa storia.

Nell’ultimo periodo le impressioni di dalpralab.it sono cresciute del 182%. Un grafico che, se lo mandi a un cliente senza contesto, sembra un successo. I clic, nello stesso identico intervallo, sono rimasti fermi. La posizione media si è assestata intorno a 36.

La prima reazione istintiva è: “abbiamo un problema di CTR, sistemiamo i title”. È la reazione sbagliata. Perché con una posizione media di 36 il CTR non è il collo di bottiglia. E soprattutto perché una parte di quelle impressioni in più non è traffico potenziale che non ho convertito: è rendering. Sono pagine di risultati dove la mia URL è comparsa dentro un blocco generativo che l’utente non ha nemmeno scorso.

Se avessi letto quella crescita come “visibilità guadagnata” avrei preso la decisione sbagliata: ottimizzare la resa di un traffico che non esiste, invece di lavorare sulla sostanza — quali query, quale intento, quali pagine meritano davvero di stare più in alto.

È una lezione che vale per qualsiasi PMI che sta guardando quel report per la prima volta questo mese. Il grafico che sale non è di per sé una buona notizia. È una domanda a cui devi rispondere con altri strumenti.

Perché Google non riesce a fare di meglio

Vale la pena essere onesti: il problema non è pigrizia di Google. È strutturale.

Impressione e posizione sono metriche nate per una pagina fatta di dieci risultati messi in fila verticale. In quel mondo “posizione 3” significava una cosa sola, misurabile, confrontabile nel tempo. La pagina dei risultati di oggi è un’altra cosa: blocchi generativi, caroselli, schede locali, pannelli espandibili, risposte conversazionali che cambiano forma a seconda della domanda. Non esiste una scala verticale unica su cui appoggiare un numero.

Aggiungi che la risposta generativa non è stabile: la stessa query, fatta due volte, può produrre una sintesi diversa e citare fonti diverse. Misurare una posizione dentro qualcosa che non si ripete identico è un problema concettuale prima che tecnico.

Il punto operativo, però, resta lo stesso: Google non ha una soluzione e non ha annunciato una data. Quindi il vuoto lo devi coprire tu.

L’errore che quasi tutti stanno facendo: sommare due volte

C’è un dettaglio tecnico del report che genera errori grossi nei rendiconti, e che merita un paragrafo a sé.

Il report generative AI non è un report aggiuntivo. È una vista filtrata dei dati che stanno già dentro il tipo di ricerca “Web”. Le impressioni e i clic che vedi lì sono già conteggiati nel report prestazioni generale.

Significa che se prendi il totale del report Web e ci sommi il totale del report AI, stai contando due volte le stesse impressioni. Ho già visto report mensili costruiti così, con una crescita “combinata” che semplicemente non esiste.

La lettura corretta è per sottrazione: il report AI ti dice quanta parte del tuo dato Web passa dalle superfici generative. È una percentuale, non un’aggiunta.

Come misurare davvero la visibilità AI

Se il report ufficiale ti dà un numero ambiguo, la domanda diventa: cosa misuro al suo posto? Ecco cosa uso io, in ordine di affidabilità.

Il tracciamento dei prompt, non delle keyword

Il modo più diretto per sapere se vieni citato è chiederlo. Si costruisce una lista di domande reali — quelle che un cliente farebbe a ChatGPT, Gemini o Perplexity prima di comprare — e si controlla nel tempo se il tuo dominio compare, in che posizione nella risposta e con che tono. Strumenti come l’AI Prompt Tracker di SeoZoom fanno esattamente questo, e restituiscono metriche che Search Console non ha: tasso di citazione, tasso di menzione, prominenza, sentiment, quota di risposta.

È l’unico dato che risponde alla domanda giusta, che non è “quante volte sono apparso” ma “quante volte sono stato scelto come fonte, e per quali domande”. Se vuoi il quadro completo degli strumenti, l’ho messo in fila in come misurare la visibilità nelle AI.

I clic, non le impressioni

Nel report di Search Console, l’unica colonna che non soffre dei problemi elencati sopra è quella dei clic. Un clic è un clic: qualcuno ha visto, ha valutato, è venuto da te. Se la tua impressione AI cresce e i clic no, quella crescita non ti ha portato niente.

Guarda il rapporto, non il valore assoluto. E guardalo per pagina, non per sito: quasi sempre la crescita di impressioni è concentrata su poche URL informative, e sono proprio quelle che non convertono.

Il traffico di riferimento dalle AI in analytics

ChatGPT, Perplexity e gli altri lasciano tracce nei referral. Non sono complete — molta parte arriva mascherata da traffico diretto — ma sono reali. Ho scritto come isolare questi segmenti in traffico diretto e AI in GA4: la sostanza è che se non segmenti, quel traffico finisce in un calderone dove non lo vedrai mai.

Il dato di business, alla fine

Contatti, preventivi richiesti, chiamate. Sembra banale ricordarlo, ma quando una metrica intermedia diventa inaffidabile il modo più veloce per non perdersi è tornare al risultato finale. Se le impressioni AI crescono da tre mesi e le richieste di preventivo sono ferme, la risposta è già lì e non serve un report migliore per interpretarla.

A cosa serve comunque, il report

Non sto dicendo di ignorarlo. Sarebbe l’errore opposto.

Il report generative AI di Search Console resta l’unico dato di prima parte che hai sulle superfici AI di Google. È gratis, è dentro lo strumento che già usi, e per due cose funziona bene. Ne avevo scritto il funzionamento nel dettaglio quando è uscito, in report AI di Search Console: cosa misura davvero.

La prima: sapere se esisti. Se quel report è a zero per una pagina, non c’è ambiguità da interpretare — quella pagina non compare nelle risposte generative di Google. È un segnale netto.

La seconda: capire quali contenuti la macchina preferisce. Ordinando per impressioni AI e confrontando con l’ordinamento per impressioni web classiche, vedi quali tuoi contenuti hanno un profilo “da fonte”. Di solito sono pagine che rispondono a una domanda precisa in modo compatto, con dati e definizioni. È un’informazione utilissima per decidere cosa scrivere dopo.

Quello che non devi fare è trasformarlo in un KPI da riportare al cliente ogni mese come se fosse traffico guadagnato. Non lo è.

Cosa cambia nella pratica SEO e GEO

Tiro le fila sul piano operativo, perché è lì che questa notizia ha conseguenze.

Primo: la misurazione della GEO non è un sottoprodotto della SEO. Servono strumenti diversi, perché la domanda è diversa. La SEO misura posizioni; la GEO misura citazioni. Ho spiegato la distinzione in modo esteso in differenza tra SEO e GEO, ma la notizia di oggi la rende concreta: nemmeno Google riesce a esprimere la GEO con il vocabolario della SEO.

Secondo: se la posizione dentro la citazione non è misurabile da Search Console ma conta moltissimo per i clic, allora bisogna lavorare sui fattori che la determinano. Dai dati che ho raccolto sul mio protocollo di citabilità, i due che spostano di più sono citare fonti verificabili e inserire statistiche con il numero esplicito nel testo. Non è teoria: sono le leve su cui intervengo per prime quando un contenuto è già ben posizionato ma non viene mai scelto come fonte.

Terzo: la reportistica verso i clienti va riscritta ora, non a gennaio. Se hai messo “impressioni AI” dentro una dashboard mensile con una freccia verde, stai costruendo un’aspettativa che i clic non confermeranno. Meglio spiegarlo prima che dopo.

Quarto: la conferma di Mueller che non c’è una soluzione in arrivo significa che questo stato di cose durerà almeno tutto il 2026. Non ha senso aspettare il report perfetto. Conviene costruirsi un sistema di misura proprio, anche semplice, e usarlo con costanza — perché un dato imperfetto ma stabile nel tempo vale più di un dato preciso che arriva tra un anno.

Domande frequenti

Le impressioni AI di Search Console sono sbagliate?

No, sono coerenti con la definizione che Google usa da sempre. Il problema è che quella definizione, applicata a un blocco generativo, misura una cosa diversa da quella che la maggior parte delle persone pensa di leggere. Contano il fatto che la risposta AI sia stata servita con il tuo link dentro, non il fatto che qualcuno l’abbia guardato.

Posso sommare i dati del report AI a quelli del report Web?

No, ed è l’errore più frequente. Il report generative AI è una vista filtrata dei dati già presenti nel tipo di ricerca Web. Sommarli significa contare due volte le stesse impressioni e gli stessi clic.

La posizione media del report AI a cosa serve?

A capire dove si collocava il blocco AI nella pagina dei risultati, non dove si collocava il tuo link dentro il blocco. Tutti i link citati in una stessa AI Overview ricevono lo stesso valore. Usala come indizio di quanto in alto compare il blocco, mai come misura della tua prominenza nella citazione.

Google migliorerà il report?

Mueller ha detto che la posizione è difficile da rendere utile e ha chiesto pubblicamente suggerimenti su cosa sarebbe utile tracciare. Non ha annunciato né una soluzione né una data. Ragionevolmente, chi lavora sulla visibilità AI oggi deve costruirsi un metodo di misura alternativo e non aspettare.

Se ho tante impressioni AI e pochi clic, cosa devo fare?

Prima di tutto non trattarlo come un problema di CTR da risolvere con i title. Verifica su quali pagine si concentra la crescita e che tipo di domande servono. Se sono pagine informative che rispondono in modo esaustivo, è normale: hai fatto il lavoro che serve a essere citato, non quello che serve a essere visitato. La leva è a monte — avere anche contenuti che rispondono a domande con un intento commerciale, dove l’utente il clic lo deve fare comunque.

Cosa significa per le aziende italiane

Se hai un’azienda e qualcuno — un’agenzia, un consulente, il tuo reparto marketing — ti sta portando ogni mese un grafico delle impressioni AI in crescita, da oggi hai un motivo solido per fare una domanda in più: quanti clic, e quanti contatti.

Non è diffidenza. È che la metrica stessa, per ammissione di Google, non è costruita per rispondere alla domanda che ti interessa. Un’impressione AI conta anche quando l’utente non ha mai portato l’occhio sul tuo link. Quindi una crescita del 50% di quel numero può corrispondere a zero persone in più che ti conoscono.

Per una PMI italiana la conseguenza pratica è semplice e riguarda tre livelli.

Sul controllo: chiedi che nei report ci sia sempre la colonna dei clic accanto a quella delle impressioni, e il numero di contatti generati. Se il primo sale, il secondo è fermo e il terzo pure, la visibilità che stai comprando non si sta trasformando in niente.

Sugli obiettivi: smetti di chiedere “compariamo nelle AI?” e comincia a chiedere “per quali domande veniamo consigliati?”. La prima è una domanda a cui oggi nessuno sa rispondere con precisione. La seconda si misura, tracciando un elenco di prompt reali del tuo settore e controllando nel tempo se il tuo nome esce.

Sui contenuti: il fatto che la posizione dentro la citazione non sia misurabile non vuol dire che non conti. Conta moltissimo, ed è lì che si decide se quella citazione ti porta qualcuno o resta un’apparizione muta. Contenuti che citano fonti verificabili, che riportano dati con numeri espliciti e che rispondono alla domanda nelle prime righe hanno molte più probabilità di essere scelti come prima fonte. È lavoro di sostanza, non di ottimizzazione tecnica.

C’è anche un vantaggio nascosto, in questa confusione. Finché lo strumento ufficiale è ambiguo, la maggior parte dei concorrenti guarderà il grafico che sale e si dichiarerà soddisfatta. Chi invece misura le citazioni reali e lavora sulla qualità delle fonti costruisce un vantaggio che non compare in nessuna dashboard, ma si vede nei preventivi richiesti. È esattamente il tipo di scarto che, in un mercato piccolo come quello italiano, fa la differenza tra essere trovati e essere consigliati.

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