Come si misura oggi la visibilità nelle AI? Con i dati di prima parte di Google, non con i cruscotti di terze parti che ti vendono un “punteggio di visibilità AI”. A luglio 2026 Google ha detto una cosa netta ai direttori marketing: i tool esterni che promettono di misurare quanto compari nelle risposte AI non hanno accesso ai suoi dati interni. La baseline ufficiale sono Search Console e Merchant Center. E nello stesso mese ha aperto un pilota che mostra quali domande le persone fanno alle AI su un prodotto — ma raggruppate, senza i clic e senza le query vere. Tradotto per la tua azienda: da una parte dati veri ma incompleti e gratis, dall’altra numeri ben confezionati ma inventati. La mossa giusta è smettere di pagare per i secondi.

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Cosa ha fatto davvero Google a luglio

Metto i fatti in fila, senza aggettivi. A luglio 2026 sono successe due cose collegate, e insieme raccontano una strategia precisa.

La prima: Google ha detto ai direttori marketing che i tool di terze parti che vendono “visibilità nelle AI” non hanno accesso alle sue metriche interne. Non è un dettaglio da poco. È Google che, in pubblico, dice ai suoi clienti più grossi: quei cruscotti che state pagando per sapere se comparite nelle AI Overview e in AI Mode non guardano dentro i miei server. Guardano da fuori e stimano. La fonte ufficiale da cui misurare, ha detto, sono i suoi due strumenti di prima parte: Search Console e Merchant Center.

La seconda, circa tre settimane dopo: Google ha aperto un pilota dentro Merchant Center chiamato AI performance insights. È un report che mostra ai negozianti quali domande di shopping le persone fanno alle AI — dentro AI Mode e AI Overview — su prodotti come i loro. Un consulente indipendente, Brodie Clark, ci ha avuto accesso su un account cliente e ha pubblicato gli screenshot: è, di fatto, il primo prodotto Google che dà un pezzo di dato sulle query di queste superfici AI. Era stato annunciato a maggio, al Google Marketing Live, ed è arrivato sette settimane dopo. Per ora è un test limitato, solo Stati Uniti, su pochi account.

Messe in fila, le due mosse dicono la stessa frase in due modi: la misurazione della visibilità AI la controlla Google, e la mette dove tiene già la misurazione della ricerca. Non è un caso che il dato sia finito dentro Search Console e Merchant Center, e non dentro un nuovo cruscotto separato. È un messaggio: la visibilità nelle AI è visibilità nella ricerca, e si misura dove si misura la ricerca. Ne avevo parlato quando Google ha infilato il report AI dentro Search Console: la scelta di dove mettere un dato è già una dichiarazione.

Cosa mostra (e cosa non mostra) il nuovo report

Qui serve precisione, perché è facile entusiasmarsi per la parola “query” e prendere lucciole per lanterne. Il report vive in Merchant Center, nella sezione Analytics, dentro i Prodotti, sotto una scheda “AI performance”. Se ce l’hai, lo vedi. Se non ce l’hai — e la maggioranza dei negozi non ce l’ha ancora — non esiste per te.

Cosa ti fa vedere, in concreto. Ti mostra il tipo di domanda che le persone fanno alle AI nella tua categoria: cercare per categoria, informarsi sulle caratteristiche di un prodotto, cercare recensioni. Ti mostra la frequenza, cioè quanto è popolare un certo tipo di domanda. Ti mostra la fase del percorso d’acquisto, cioè quanto è avanti chi fa quella domanda. Ti mostra i termini di prodotto, le parole con cui le persone descrivono quello che vogliono — negli esempi di Google, cose come “massima ammortizzazione” o “supporto plantare” per una scarpa. E ti mostra uno share of voice, un confronto tra le tue impression AI e quelle dei concorrenti.

La cosa più utile del report è la meno appariscente: la completezza degli attributi. Se nella tua categoria le persone chiedono spesso una caratteristica che il tuo feed non dichiara, adesso hai un segnale chiaro di domanda per aggiungerla. È un buco che chiudi in mezza giornata, ed è oro. Google stesso ti dice cosa farci: porta quei termini dentro titoli e descrizioni dei prodotti, e controlla gli attributi più richiesti contro quelli che ti mancano.

Adesso la parte che nessun venditore di sogni ti dirà. Nessuna di queste metriche ti mostra una domanda vera che qualcuno ha digitato. Le query sono raggruppate: ti danno il vocabolario di una categoria, non le frasi reali. Capisci la forma della domanda, non la domanda. È un ottimo mangime per il tuo feed, ma non è una lista di keyword. E soprattutto: non ti dice se l’AI ha mandato qualcuno sul tuo sito. Il clic non c’è. Il traffico misurato è solo quello organico AI, il paid è escluso. Filtri una categoria alla volta, non c’è una vista d’insieme. E conta solo le domande con intento di shopping o di brand: tutto il resto non entra.

Quindi sì, è un passo avanti. Ma è mezza risposta a una delle due domande che ci facciamo da un anno, per i soli negozianti, solo negli Stati Uniti, senza il paid e senza i clic. Onestà prima dell’entusiasmo.

Il tranello dello “share of voice”

Voglio fermarmi un attimo su questa metrica, perché è quella che finirà in mille report di agenzia e farà danni. Lo share of voice del report è calcolato così: le tue impression AI diviso il totale delle impression tue e dei concorrenti. Sembra pulito. Non lo è, per due motivi.

Primo: il set di concorrenti non lo scegli tu. È definito dai concorrenti già presenti in Merchant Center, e non lo puoi modificare. Stai misurando la tua fetta contro una torta che ha tagliato qualcun altro.

Secondo, e più insidioso: il numero può sembrare una prestazione e non esserlo. Se hai poche impression, lo share of voice ti esce zero. Se nel tuo account non ci sono concorrenti definiti, ti esce cento per cento. Uno zero non vuol dire un trimestre andato male, e un cento non vuol dire dominio: possono voler dire solo “dati troppo pochi” e “lista concorrenti vuota”. Ma su una slide sembrano entrambi un giudizio. Ecco perché lo share of voice viaggia benissimo in un PDF e malissimo in una conversazione onesta con chi paga.

Questa è esattamente la trappola dei numeri che sembrano oggettivi. Un dato non è vero solo perché è un numero. Va capito come è costruito, o ti racconta la storia sbagliata con la faccia seria.

Perché Google smonta i tool di visibilità AI

Facciamo un passo indietro e guardiamo il quadro. Nell’ultimo anno è esploso un intero mercato di software che promettono di dirti quanto sei “visibile nelle AI”: quante volte ChatGPT ti cita, come compari nelle AI Overview, il tuo “punteggio” rispetto ai concorrenti. Alcuni sono fatti bene e servono. Ma tutti hanno lo stesso limite strutturale, ed è quello che Google ha messo nero su bianco: guardano da fuori. Fanno domande alle AI, raccolgono le risposte, contano le citazioni e stimano. Non hanno le impression reali, non hanno i clic reali, non hanno i dati che solo Google possiede.

Quando Google dice ai CMO “questi tool non vedono le nostre metriche interne, usate Search Console e Merchant Center”, fa due cose insieme. Difende il suo territorio, ovvio: vuole essere lui la fonte di verità sulla misurazione. Ma dice anche una cosa vera: se il tuo cruscotto ti dà un numero preciso sulla tua “visibilità AI su Google”, quel numero è una stima travestita da misura. La precisione è finta. Il dato grezzo, per quanto incompleto, ce l’ha solo Google.

Non è tutto oro quello che dice Google, sia chiaro. Il conflitto d’interessi c’è: comodo dire “fidatevi solo dei miei strumenti” quando quegli strumenti te li do io e decido io cosa mostrarti. E infatti i suoi strumenti oggi ti danno le impression ma non i clic — proprio il dato che ti servirebbe per decidere. Tant’è che nel Regno Unito è dovuta intervenire l’autorità sulla concorrenza per obbligare Google a mostrare impression, clic e tasso di clic separati per le funzioni AI, con nove mesi di tempo per farlo. La misurazione trasparente Google non la sta regalando: gliela stanno strappando i regolatori.

La lettura onesta è questa: i tool di terze parti stimano da fuori, gli strumenti di Google misurano da dentro ma ti fanno vedere solo metà. Non esiste, oggi, la fonte perfetta. Esiste sapere cosa stai guardando.

Cosa usare davvero oggi in Italia

Adesso la parte utile, perché tutto questo va tradotto nel mercato in cui lavori tu, non negli Stati Uniti. In Italia, oggi, la cassetta degli attrezzi per misurare la visibilità nelle AI è più piccola di quanto sembra dai titoli.

Search Console e le sue impression AI. È la base per chiunque abbia un sito. Da qualche mese Google mostra quante volte le tue pagine compaiono nelle AI Overview e in AI Mode. Il dato è per impression: quante volte sei apparso, non quante volte ti hanno cliccato. È imperfetto, ma è reale e gratis. E secondo me le impression, nelle risposte AI, sono più oneste dei clic: nelle AI il clic spesso non c’è, ma tu sei comunque entrato nella decisione di chi cercava. Su un mio cliente 40.000 visite al mese arrivano già dalle AI Overview, e Search Console è il posto dove quel fenomeno inizia finalmente ad avere un numero ufficiale.

Merchant Center, ma solo se hai un feed e solo quando arriverà. Il pilota di cui abbiamo parlato oggi vale per chi ha un catalogo prodotti. In Italia non è ancora attivo — Google ha detto che lo estenderà prima ad Australia, Canada, India e Nuova Zelanda. Quindi per ora, per un e-commerce italiano, è una cosa da tenere d’occhio, non da usare. Ma la direzione è quella, e il lavoro che lo prepara — un feed pulito e completo — vale già oggi per un altro motivo: è lo stesso feed che serve quando le AI iniziano a comprare al posto del cliente, come ho spiegato parlando dello standard di Google per l’acquisto agentico.

I tool di terze parti, con la testa. Non li sto buttando. Un tool che monitora se e come ChatGPT o Perplexity ti citano ha un senso, perché quel dato Google non te lo dà proprio. Ma trattalo per quello che è: una stima direzionale, un termometro, non un misuratore al millimetro. Se qualcuno ti vende un “punteggio esatto di visibilità AI su Google”, sai già che sta arrotondando l’incertezza e chiamandola precisione.

La sintesi per un imprenditore: oggi in Italia parti da Search Console per il sito. Prepari il feed se hai un e-commerce. E usi eventuali tool esterni come bussola, non come metro.

Cosa fare adesso: le 6 mosse concrete

Niente teoria. Sei cose, in ordine di priorità. Costano ordine e tempo, non budget.

1. Attiva e leggi il report AI di Search Console

Se hai un sito, entra in Search Console e guarda le impression sulle superfici AI. Non ossessionarti sul numero assoluto: guarda la tendenza e quali pagine compaiono. È il tuo punto di partenza reale, gratis, senza intermediari.

2. Se hai un e-commerce, sistema il feed prima che arrivi il report

Attributi completi, titoli e descrizioni ricchi dei termini che i tuoi clienti usano davvero, prezzi coerenti tra sito e feed. Quando il report AI di Merchant Center arriverà anche in Italia, ti troverà pronto. E nel frattempo lo stesso lavoro migliora la tua visibilità nella ricerca prodotti.

3. Decidi cosa misurare prima di comprare un tool

Prima di pagare un cruscotto, scrivi la domanda a cui vuoi rispondere. “Voglio sapere se ChatGPT mi cita nella mia nicchia” è una domanda buona, e per quella un tool serve. “Voglio il mio punteggio esatto di visibilità AI” è una domanda a cui nessuno può rispondere davvero: non comprare la finta risposta.

4. Non farti ipnotizzare dallo share of voice

Qualunque metrica di “quota” — su Merchant Center o su un tool esterno — chiediti sempre: contro chi? e con quanti dati? Uno zero o un cento possono essere solo rumore. Un numero senza il suo contesto è un aneddoto travestito da statistica.

5. Lega la misura a un’azione, non a un report

Ogni dato che raccogli deve poter cambiare qualcosa. Le impression salgono su una pagina? Rafforzala. Un termine di prodotto ricorre e tu non ce l’hai nel feed? Aggiungilo. Se un numero non fa muovere nulla, è decorazione, e la decorazione non la paghi.

6. Costruisci un canale diretto col cliente

Questa è la mossa che ti mette al riparo dalla misurazione stessa. Newsletter, WhatsApp, clienti che tornano perché si ricordano di te. Se la visibilità nelle AI resta difficile da misurare — e resterà, per un po’ — chi ha un rapporto diretto col cliente non dipende da un cruscotto per sapere se il lavoro funziona: lo vede dagli ordini.

SEO, GEO e misurazione: come si legano

Faccio chiarezza, perché su questi temi girano parecchie sciocchezze. La SEO classica ti rende trovabile e visibile nei motori. La GEO — Generative Engine Optimization, cioè farsi leggere, capire e citare dalle AI — non è una scatola magica separata con metriche tutte sue. È SEO fatta bene, con l’attenzione in più di rendere la tua identità e i tuoi dati coerenti e leggibili ovunque.

La misurazione segue la stessa logica. Il fatto che Google abbia messo i dati di visibilità AI dentro Search Console e Merchant Center — gli stessi strumenti della SEO e della ricerca prodotti — non è un dettaglio tecnico. È la conferma che non esiste un “cruscotto GEO” parallelo che vive per conto suo. La visibilità nelle AI si misura dove si misura la ricerca, perché è la stessa cosa vista da un’angolazione nuova.

C’è un principio che ripeto sempre e che regge anche qui: un’azienda forte e chiara nella ricerca tradizionale ha molte più probabilità di essere citata dalle AI. Vale per i contenuti e vale per i dati. Chi ha un feed pulito, una scheda coerente, un sito ordinato, si ritrova con una visibilità AI migliore e più facile da misurare. Non perché ha comprato il tool giusto, ma perché ha dato al sistema qualcosa di leggibile. Lo stesso motivo per cui le AI, quando parlano di te, spesso leggono fonti fuori dal tuo sito: se i tuoi dati sono ordinati ovunque, qualunque cosa l’AI guardi, trova la versione giusta.

Gli errori che vedo fare più spesso

Tre, e li vedo tutti i mesi.

Primo: comprare il cruscotto prima di avere la domanda. Si parte dallo strumento e si spera che risponda a qualcosa. È il contrario. Prima decidi cosa vuoi sapere e cosa faresti con la risposta. Poi, se serve uno strumento, lo scegli. Un tool senza una domanda dietro è solo un abbonamento in più.

Secondo: scambiare la precisione per verità. Un numero con due decimali sembra affidabile. Ma se dietro c’è una stima fatta da fuori, quei decimali sono decorazione. Meglio un dato grezzo e onesto di Search Console che un punteggio levigato che nasconde quanto è incerto.

Terzo: pensare che sia già tutto attivo in Italia. Il report di Merchant Center è un pilota americano su pochi account. In Italia oggi hai le impression di Search Console e poco altro di ufficiale. Quindi niente corse e niente hype: ma le mosse che ho elencato — feed pulito, misura legata all’azione, canale diretto — sono ordine, non spesa, e chi le fa adesso parte davanti quando gli strumenti maturano. Aspettare “che si veda l’effetto” significa muoversi quando è tardi.

Domande frequenti

Come si misura la visibilità nelle AI oggi?

Con i dati di prima parte di Google: le impression sulle superfici AI dentro Search Console per il sito e, dove disponibile, il report AI performance in Merchant Center per i prodotti. Sono dati reali ma incompleti — mostrano le impression, non i clic. I tool di terze parti stimano da fuori e possono servire come bussola, ma non hanno accesso ai dati interni di Google.

I tool di terze parti per la visibilità AI sono inutili?

No, ma vanno capiti. Google ha detto ai CMO che questi tool non vedono le sue metriche interne: quindi qualunque numero ti diano sulla tua visibilità su Google è una stima, non una misura esatta. Restano utili per monitorare piattaforme che Google non copre, come ChatGPT o Perplexity. Trattali da termometro, non da metro di precisione.

Il report AI di Merchant Center è disponibile in Italia?

Non ancora. A luglio 2026 è un pilota limitato agli Stati Uniti, su pochi account con feed prodotti. Google ha detto che lo estenderà prima ad Australia, Canada, India e Nuova Zelanda. In Italia, per ora, è una cosa da preparare — sistemando il feed — non da usare.

Perché Search Console mi dà le impression ma non i clic?

Perché nelle risposte AI il clic spesso non avviene: l’utente legge la risposta e non apre il link. Google al momento mostra solo le impression. Nel Regno Unito l’autorità sulla concorrenza ha obbligato Google ad aggiungere anche clic e tasso di clic per le funzioni AI, con nove mesi di tempo. Altrove, incluso da noi, quel dato non c’è ancora.

Devo pagare un tool per capire se sono visibile nelle AI?

Non per forza. Il primo passo è gratis: le impression AI in Search Console. Un tool a pagamento ha senso solo se risponde a una domanda precisa che i dati di Google non coprono — per esempio le citazioni in ChatGPT. Se non hai ancora guardato Search Console, non ti serve un cruscotto in più: ti serve leggere quello che hai già.

Cosa significa per le aziende italiane

Riassumo, senza giri. Google ha detto ai direttori marketing che i tool di terze parti non vedono i suoi dati interni, e ha aperto un pilota per mostrare — solo ai negozianti americani, per ora — che domande fanno le persone alle AI sui prodotti. Il messaggio di fondo è che la misurazione della visibilità nelle AI la controlla Google, la tiene dentro gli strumenti della ricerca, e per adesso te ne mostra metà: le impression sì, i clic no.

La buona notizia è che questo toglie pressione, non la aggiunge. Per una PMI italiana significa che non devi correre a comprare l’ennesimo cruscotto per sentirti in pari. Devi fare tre cose semplici: guardare le impression AI che Search Console ti dà già gratis, tenere in ordine i dati e il feed così che quando gli strumenti maturano ti trovino pronto, e legare ogni numero che raccogli a un’azione concreta. Ordine, non budget. È lo stesso terreno dove una piccola azienda attenta batte una grande impantanata nei suoi processi.

Il rischio vero non è “non riesco a misurare la mia visibilità AI”. Il rischio è spendere soldi e attenzione su numeri levigati che non fanno muovere niente, mentre il dato onesto e gratis resta lì da leggere. La mossa giusta oggi non è misurare di più. È misurare le cose vere e agire su quelle. Se vuoi capire da che punto parti, il primo passo è una fotografia onesta di come le AI ti vedono e ti misurano oggi. Da lì si decide cosa sistemare per primo.

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