Il 16 luglio l’Unione Europea ha ordinato a Google di condividere con i motori concorrenti gli stessi dati di ricerca che oggi tiene solo per sé. La decisione è vincolante, arriva dal Digital Markets Act e parte da gennaio 2027. Il punto che quasi nessuno racconta: tra i beneficiari non ci sono solo i motori come Bing o Ecosia, ma anche i chatbot AI che offrono funzioni di ricerca. In pratica l’UE sta togliendo a Google il suo fossato più profondo — i dati — e lo redistribuisce anche alle intelligenze artificiali. Per la tua azienda non cambia nulla domani. Ma cambia la direzione: la partita della visibilità smette di giocarsi su un solo campo.

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Cosa ha deciso davvero l’UE (in parole semplici)

La Commissione Europea ha emesso due decisioni vincolanti verso Google, entrambe dentro il Digital Markets Act, la legge che regola i grandi “gatekeeper” digitali. Non sono multe. Sono “misure di specificazione”: in pratica l’UE non dice “hai violato la legge”, ma “ecco esattamente come devi comportarti per rispettarla”. È una differenza tecnica, ma importante, e la spiego meglio più avanti.

La prima decisione riguarda Android. Obbliga Google a dare agli assistenti AI dei concorrenti lo stesso accesso alle funzioni del telefono che oggi tiene per Gemini. La seconda riguarda i dati di ricerca: Google dovrà condividerli con i motori rivali, in forma anonimizzata, così che possano migliorare i loro risultati. Google, secondo la Commissione, un programma di condivisione ce l’aveva già, ma “finora è stato inefficace”. Da qui la stretta.

Due mosse diverse con lo stesso obiettivo dichiarato: riequilibrare un campo da gioco troppo inclinato. Per vent’anni Google ha avuto un vantaggio che nessuno poteva colmare — non i soldi, i dati. Ogni ricerca fatta nel mondo alimentava i suoi algoritmi e nessun concorrente poteva accedere a quella scala. L’UE ha deciso di intervenire proprio lì.

I dati di ricerca di Google, condivisi anche con le AI

Questo è il cuore della notizia. Google dovrà mettere a disposizione dei motori terzi gli stessi dati che raccoglie per ottimizzare la propria ricerca — non una versione annacquata, ma “gli stessi dati”, dice la Commissione, ovviamente anonimizzati. La condivisione parte da gennaio 2027.

Il dettaglio che cambia tutto: la Commissione ha specificato che anche i chatbot AI che offrono funzioni di ricerca sono ammessi a ricevere quei dati. Non solo i motori “classici”. Questo significa che le intelligenze artificiali che rispondono alle domande delle persone — quelle che oggi citano poche fonti e sbagliano volentieri — potranno attingere alla stessa materia prima di Google per diventare più precise.

Fermiamoci un secondo su cosa vuol dire in pratica. Oggi molti concorrenti di Google faticano non perché abbiano algoritmi peggiori, ma perché non vedono abbastanza ricerche reali per capire cosa vogliono davvero le persone. È come cucinare senza mai poter assaggiare. I dati di Google sono l’assaggio. Toglierne il monopolio significa che, nei prossimi anni, cercare risposte su Bing, su un motore privacy-first o dentro un assistente AI potrebbe diventare un’esperienza molto più vicina a Google di quanto sia oggi.

Per la visibilità di un’azienda è un cambio di scenario. Finché esisteva un solo motore “che funziona davvero”, presidiare Google era quasi sufficiente. Se domani ne esistono tre o quattro decenti — più una manciata di AI che rispondono bene — la tua presenza deve essere leggibile e coerente ovunque, non solo dentro il ranking di Google.

Sull’anonimizzazione la Commissione è stata prudente: ha definito un metodo “a più livelli”, costruito con esperti di privacy interni ed esterni. Non è un dettaglio marginale, perché è proprio sulla privacy che Google ha resistito per anni. Ma la direzione è tracciata.

Android: gli assistenti AI dei concorrenti vengono liberati

La seconda decisione è più concreta di quanto sembri, e in Italia pesa parecchio. Oggi, su un telefono Android, gli assistenti AI diversi da Gemini hanno accesso limitato alle funzioni del sistema operativo. Non possono fare tutto quello che fa l’assistente di casa Google. Risultato: partono già svantaggiati.

La Commissione ricorda un dato che vale la pena tenere a mente: il 60% degli utenti europei ha un dispositivo Android. In Italia la quota è ancora più alta. Quindi limitare gli assistenti AI concorrenti su Android significa limitarli per la maggioranza delle persone.

Con la nuova decisione, gli utenti potranno attivare l’assistente AI che preferiscono con un comando vocale, come oggi fanno “Hey Google”. E quell’assistente potrà agire dentro le app al posto tuo: prenotare un taxi, suggerire risposte in chat, rispondere su un posto appena visitato. Sono gli esempi scelti dalla stessa Commissione. Con, promette Bruxelles, “solide garanzie” su privacy, integrità e sicurezza del dispositivo.

Tradotto per un imprenditore: nei prossimi anni gli assistenti AI non-Google diventano davvero usabili sul telefono della maggioranza degli italiani. E un assistente usabile è un assistente che le persone useranno per trovare, confrontare e scegliere. Compresi i tuoi prodotti e servizi. O quelli dei tuoi concorrenti, se sei l’unico che l’AI non riesce a leggere.

Perché conta più di quanto sembri (e perché no)

Adesso la parte onesta, perché senza trade-off è marketing, non analisi.

Partiamo dai motivi per non farsi prendere dall’hype. Primo: parte da gennaio 2027. Non è domani. Secondo: riguarda l’Unione Europea, quindi vale per l’Italia, ma non per il resto del mondo. Terzo, e lo dice la stessa Search Engine Land commentando la decisione: le alternative a Google esistono già, e la vera barriera non è tecnica, è l’abitudine delle persone. Puoi dare a Ecosia gli stessi dati di Google, ma se l’utente digita comunque su Google per riflesso, la quota di mercato si muove piano. I dati aiutano i concorrenti a essere migliori; non li obbligano a essere scelti.

Quindi no, Google non verrà detronizzato la prossima estate. Chi ti vende il panico (“molla la SEO, corri sulle AI”) sta esagerando.

Ora i motivi per cui conta comunque, e molto. Questa non è una notizia isolata: è un tassello dentro una tendenza precisa. Nell’ultimo anno abbiamo visto le AI iniziare a rispondere al posto dei link, gli assistenti iniziare a comprare al posto del cliente, ChatGPT prendersi la fetta più grande del traffico AI. Ora arriva un regolatore che, per legge, accelera la frammentazione: più motori decenti, più assistenti usabili, più superfici dove il tuo cliente può trovarti o non trovarti.

Il segnale strategico è questo: l’idea che “tanto conta solo Google” ha una data di scadenza. E chi costruisce oggi una visibilità che non dipende da un solo cancello, quando il campo si allarga parte avanti. Non perché ha speso di più. Perché si è fatto trovare in ordine, ovunque, prima degli altri.

Cosa fare adesso: 6 mosse concrete

Niente rivoluzioni. Sono mosse di ordine, non di budget. Una PMI ordinata batte un colosso disordinato sulla stessa risposta, che arrivi da Google, da Bing o da un’AI.

1. Smetti di pensare “visibilità” come sinonimo di “Google”

È un cambio di testa prima che di strumenti. La domanda non è più solo “come mi posiziono su Google”, ma “come mi trova chi cerca, ovunque cerchi”. Google resta la base — anzi, i dati che verranno condivisi sono i dati di Google, quindi essere forti lì continua a nutrire tutto il resto. Ma la base non è più il tetto.

2. Rendi il tuo sito leggibile da una macchina, non solo da un umano

Quando i dati si redistribuiscono e le AI migliorano, vince chi è comprensibile. Prezzi scritti in HTML leggibile e non nascosti dentro un calcolatore o generati dal JavaScript. Dati strutturati puliti su prodotti, servizi, recensioni, azienda. Crawler delle AI non bloccati per errore nel file robots. È lo stesso lavoro che serve per non farti saltare dagli agenti AI sulla pagina prezzi: dati in ordine, punto.

3. Costruisci un’identità di marca coerente (“entità”)

I motori e le AI non citano una pagina a caso: citano una fonte di cui si fidano su un tema. Nome dell’azienda, di cosa ti occupi, dove operi, chi sei devono essere identici e coerenti su sito, Google Business Profile, social, schede. Se ogni canale racconta una versione diversa, nessun sistema capisce chi sei — e non ti sceglie.

4. Presidia il tuo tema, non la singola keyword

La logica di SeoZoom è chiara: costruire autorevolezza tematica (Topical Authority) conta più della singola posizione. Un’azienda che copre bene tutto il suo argomento — con contenuti completi, coerenti, aggiornati — ha molte più probabilità di essere la fonte che qualunque motore o AI seleziona. Vale su Google oggi e varrà sui motori “nuovi” domani.

5. Costruisci un canale diretto col cliente

Questa è la mossa che ti protegge da qualunque cambio di regole. Email, newsletter, WhatsApp, un CRM ordinato: un rapporto col cliente che non passa da nessun gatekeeper. Quando i cancelli si moltiplicano e cambiano le regole ogni mese, chi ha un pubblico proprio non è mai in ostaggio.

6. Fai una fotografia della tua visibilità AI, adesso

Non puoi migliorare quello che non misuri. Prima che il campo si allarghi, vale la pena sapere dove sei oggi: le tue pagine compaiono nelle risposte AI? Con quali domande? Ti citano o citano un concorrente? È il punto di partenza di ogni strategia di ottimizzazione per l’AI generativa. Senza il “prima”, non riconoscerai il “dopo”.

SEO e GEO: dove si sposta la partita

C’è un equivoco da smontare. Molti leggono una notizia come questa e pensano: “ecco, la SEO è morta, ora conta solo il GEO”. È il contrario.

La decisione dell’UE riguarda i dati di ricerca di Google. Sono quei dati che verranno condivisi. Il che significa che essere forti sulla ricerca tradizionale — comparire, essere cliccati, rispondere bene alle domande — resta il motore che alimenta tutto. La SEO classica ti rende indicizzabile e visibile. Il GEO (Generative Engine Optimization) ti rende leggibile e autorevole come fonte per le AI. Non sono due mondi separati: sono due piani dello stesso edificio.

Il vero cambiamento è che il GEO smette di essere un “extra da smanettoni” e diventa una copertura strategica. Se domani esistono più motori decenti e più assistenti usabili, la tua identità di fonte — coerente, chiara, verificabile — è ciò che ti fa scegliere su tutti. È lo stesso principio per cui, guardando dove passa oggi il traffico AI, la strategia giusta per una PMI non è presidiare dieci piattaforme, ma essere una fonte così solida che qualunque sistema, con qualunque dato, ti trovi e ti citi.

In pratica: non scegliere tra SEO e GEO. Fai la SEO come base tecnica e di contenuto, e costruisci sopra il GEO come reputazione di fonte. Chi le tiene insieme, quando il campo si allarga, è già pronto. Chi le contrappone, perde tempo a litigare su una falsa alternativa.

Domande frequenti

Cosa ha deciso esattamente l’UE su Google?

Il 16 luglio 2026 la Commissione Europea ha emesso due decisioni vincolanti nell’ambito del Digital Markets Act. La prima obbliga Google a dare agli assistenti AI concorrenti lo stesso accesso alle funzioni di Android che ha Gemini. La seconda obbliga Google a condividere i propri dati di ricerca, anonimizzati, con i motori di ricerca terzi — inclusi i chatbot AI con funzioni di ricerca — a partire da gennaio 2027.

Google riceverà una multa?

No. Queste sono “misure di specificazione”: chiariscono come Google deve rispettare gli obblighi del DMA, non stabiliscono se ha violato la legge. Non prevedono sanzioni economiche. Servono a rendere concreti obblighi che, secondo la Commissione, finora erano applicati in modo inefficace.

Questa decisione vale anche in Italia?

Sì. Il Digital Markets Act è una normativa dell’Unione Europea e si applica a tutti gli Stati membri, Italia compresa. L’aspetto Android pesa in modo particolare da noi, dove la quota di dispositivi Android è molto alta.

Devo smettere di investire sulla SEO su Google?

No, sarebbe un errore. I dati che verranno condivisi sono proprio i dati di Google: essere forti sulla ricerca di Google continua ad alimentare la tua visibilità anche altrove. La SEO resta la base. La novità è che accanto va costruita una visibilità multi-motore e una reputazione di fonte per le AI (il GEO).

Da quando cambia qualcosa concretamente?

La condivisione dei dati di ricerca parte da gennaio 2027. Gli effetti sulla qualità dei motori concorrenti e degli assistenti AI si vedranno gradualmente dopo. Non è un cambiamento immediato: è una direzione. Il momento giusto per prepararsi è adesso, mentre il campo è ancora fermo.

Cosa significa per le aziende italiane

L’Italia è dentro l’Unione Europea, quindi questa decisione ci riguarda in pieno — non è una notizia “americana” da guardare da lontano. E l’aspetto Android ci tocca più della media europea, perché da noi la stragrande maggioranza degli smartphone gira su Android. Significa che, nei prossimi anni, i tuoi clienti avranno sul telefono assistenti AI concorrenti finalmente usabili, e motori di ricerca alternativi finalmente decenti, alimentati dagli stessi dati di Google.

La lettura giusta per una PMI non è il panico e non è nemmeno l’entusiasmo. È una cosa sola: la visibilità smette di essere un gioco a un solo tavolo. Chi ha impostato tutto sul “primo posto su Google” ha una strategia più fragile di quanto pensa. Chi invece si costruisce una presenza leggibile, coerente e autorevole — su Google come base, e come fonte per qualunque motore o AI — sta comprando un’assicurazione a costo quasi zero.

Le mosse che contano non sono soldi, sono ordine: sito leggibile dalle macchine, dati strutturati puliti, identità di marca coerente, un tema presidiato bene, un canale diretto col cliente. Sono le stesse cose che ti fanno bene già oggi su Google. La differenza è che, quando il campo si allargherà, chi le ha fatte parte davanti — e chi no dovrà rincorrere. In Europa il cancello si sta socchiudendo. Non serve correre. Serve farsi trovare in ordine, adesso.

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