«Mi serve un’app, una cosa semplice. Quanto costa?» Me lo chiedono quasi sempre così, e quasi sempre subito dopo arriva il nome di un’app famosa presa come esempio: «tipo quella di Glovo, ma per il mio ristorante», «come quella della palestra dove vado». Capisco il ragionamento: se la uso tutti i giorni e mi sembra semplice, non dovrebbe costare molto. Il problema è che la semplicità che vedi sul telefono è il risultato del lavoro, non la sua misura.
Provo a mettere in fila quanto costa creare un’app per davvero, da cosa dipende il prezzo, in che ordine conviene muoversi e cosa, per esperienza, non funziona. Con i prezzi che trovi già pubblici sul mio sito.
Cos’è, in una riga
Un’app è un pezzo di software che vive sul telefono del cliente, parla con un server che conserva i dati e passa dal controllo di Apple e Google prima di arrivare sugli store. Quando chiedi quanto costa, stai chiedendo il prezzo di tutte e tre le cose insieme: l’interfaccia che vedi, il backend che non vedi e la pubblicazione, più la manutenzione che viene dopo.
Per questo app che sembrano uguali hanno preventivi diversi. Una lista di prodotti che legge un catalogo già esistente è una cosa. Una lista di prodotti con disponibilità in tempo reale, pagamento, notifiche e sincronizzazione con il gestionale è un’altra, anche se a schermo le due si somigliano.
Da cosa dipende il prezzo
Le voci che spostano davvero il costo sono poche, e conviene conoscerle prima di chiedere un preventivo:
- Quanti tipi di utente ci sono. Un’app usata solo dai clienti è più semplice di una dove ci sono clienti, operatori e un pannello per l’ufficio. Ogni ruolo è un pezzo di app in più.
- Da dove arrivano i dati. Se esistono già in un gestionale, in un e-commerce o in un CRM, bisogna collegarli. Se non esistono, bisogna costruire il posto dove tenerli.
- Pagamenti e prenotazioni. Tutto ciò che tocca soldi, disponibilità e orari richiede più controlli e più test.
- Nativa o cross-platform. Io di solito lavoro in cross-platform (Flutter o React Native): un solo codice per iOS e Android. Il nativo ha senso quando serve qualcosa di molto specifico del telefono.
- Cosa succede dopo il lancio. Aggiornamenti dei sistemi operativi, nuove versioni degli store, correzioni: un’app ferma per un anno smette di funzionare bene.
L’ordine corretto degli interventi
1. Capire se ti serve davvero un’app sugli store
È la prima domanda che faccio, e a volte la risposta è no. Se lo scopo è far ordinare dal telefono chi già conosce il tuo negozio, una Progressive Web App si installa sulla schermata home, funziona su iOS e Android e non passa dagli store. Se lo scopo è uno strumento interno, una web app su misura che si apre dal browser è spesso sufficiente. L’app sugli store serve quando contano le notifiche push affidabili, l’accesso a funzioni del telefono o la presenza nello store come canale.
2. Ridurre tutto a un flusso principale
Ogni app buona fa bene una cosa: prenotare, ordinare, riordinare, timbrare la tessera fedeltà. Il primo lavoro è scrivere quel flusso in dieci righe, dalla prima schermata all’ultima conferma. Tutto quello che non ci sta va in una lista per la seconda versione. È il principio dell’MVP: la versione più piccola che qualcuno è disposto a usare.
3. Decidere dove vivono i dati
Prima di disegnare le schermate bisogna sapere da dove arrivano prodotti, clienti, ordini e disponibilità, e dove tornano. Se hai già un gestionale, l’app deve parlarci: è il caso dell’app aziendale collegata al gestionale o del catalogo B2B per gli agenti. Scoprire a metà progetto che i dati non si possono leggere è il modo più rapido per raddoppiare i tempi.
4. Progettare, sviluppare e testare
Solo a questo punto si disegna l’interfaccia, si sviluppa e si prova su telefoni veri, con persone vere. Nei preventivi che faccio, UX, sviluppo, backend e test sono inclusi: tenerli separati serve solo a far sembrare più basso il primo numero.
5. Pubblicare
La pubblicazione su App Store e Google Play richiede gli account sviluppatore (Apple chiede un abbonamento annuale, Google una quota una tantum), le schede dello store, le schermate, l’informativa privacy e il superamento della revisione. Lo curo io, ma gli account è bene che siano intestati a te: l’app è tua.
6. Mantenere
Dopo il lancio arrivano i dati veri: dove le persone si fermano, cosa non capiscono, cosa chiedono. La seconda versione si decide lì, non prima.
Cosa non funziona
Copiare l’app famosa. Dietro l’app di consegne che usi ogni sera ci sono anni di lavoro di un team intero. Prendere quella come riferimento porta a un elenco di funzioni che nessun budget da piccola impresa copre, e a un’app che fa tante cose a metà.
Chiedere il prezzo senza il flusso. «Quanto costa un’app?» senza dire cosa deve fare ha la stessa risposta di «quanto costa una casa?». I preventivi a cifra fissa fatti senza sapere cosa c’è dentro sono o gonfiati per sicurezza, o destinati a crescere strada facendo.
Mettere tutto nella prima versione. Chat, recensioni, programma fedeltà, area riservata, multilingua. Ogni funzione in più allunga i tempi e rinvia il momento in cui scopri se l’app viene usata.
Considerare il lancio come la fine. Un’app senza aggiornamenti invecchia con i sistemi operativi. Se non c’è un piano per la manutenzione, meglio saperlo prima.
Pensare che l’app porti clienti da sola. Un’app funziona quando serve a clienti che hai già o che arrivano da altri canali: il sito, il negozio, i social.
Quanto costa, in euro
Le app su misura del mio catalogo App Mobile hanno un prezzo di partenza pubblico, IVA esclusa, che poi si definisce su preventivo in base alle funzionalità:
- da 3.900 €: app prenotazioni, fidelity e loyalty, area clienti e portale, eventi e fiere;
- da 4.900 €: app e-commerce, delivery e ordini, corsi ed e-learning, community e membership;
- da 5.900 €: MVP per startup, app aziendale, catalogo B2B e ordini agenti, gestionale da campo;
- da 6.900 €: app servizi on-demand, dove ci sono clienti, operatori e assegnazione delle richieste.
In tutti i casi sono compresi sviluppo iOS e Android, backend, test e pubblicazione sugli store. Se il primo passo giusto non è un’app sugli store, le alternative costano meno: una PWA parte da 1.900 €, e la stessa cifra vale per trasformare uno shop esistente in un’app installabile; una web app su misura parte da 2.500 €.
Da dove partirei
Da un foglio con tre cose: chi userà l’app, qual è l’unica azione che deve fare, e dove stanno oggi i dati che servono. Con quelle tre risposte si capisce subito se serve un’app sugli store, una PWA o una web app, e in quale fascia di prezzo si cade.
Se vuoi fare questo ragionamento insieme, la call strategica costa 97 € ed è il modo più economico per arrivare a un preventivo che non cambia a metà strada. Le altre aree di lavoro, con le relative guide, le trovi nella guida ai servizi.
Domande frequenti
Quanto costa creare un’app semplice?
Dipende da cosa si intende per semplice. Nel mio listino un’app su misura per iOS e Android con un flusso principale, come prenotazioni o fidelity, parte da 3.900 € IVA esclusa, con prezzo definito su preventivo in base alle funzionalità. Se basta un’app installabile senza passare dagli store, una PWA parte da 1.900 €.
Conviene un’app nativa o cross-platform?
Per la maggior parte delle attività conviene il cross-platform (Flutter o React Native): un solo codice per iOS e Android, tempi più brevi e manutenzione più semplice. Il nativo ha senso quando servono funzioni molto specifiche del telefono o prestazioni particolari.
Quanto tempo serve per creare un’app?
Un MVP con un solo flusso principale può richiedere poche settimane, un progetto completo con più ruoli e integrazioni qualche mese. La variabile che allunga di più i tempi è l’accesso ai dati: se il gestionale non si lascia leggere, bisogna risolverlo prima.
Ci sono costi dopo la pubblicazione?
Sì. Ci sono gli account sviluppatore di Apple e Google, l’eventuale server che ospita i dati e la manutenzione per restare compatibili con i nuovi sistemi operativi. Conviene metterli in conto dall’inizio, insieme alle funzioni da aggiungere nella seconda versione.
